Il Blog di ‘Luca Di Francescantonio – blog semipersonale’

San Valentino

lunedì, 14 febbraio 2011 by

Appoggerò un fiore

tra i tuoi silenzi

Vedrò l’alba accarezzarti il viso

Mi perderò nel mio cuore nel vederti

prima di perdermi nei tuoi labirinti

e trovarti all’ultimo minuto

prima di sciogliere l’ultimo rebus

La strada nascosta per il paradiso

è coperta di fiori e sogni,

non cadrai, tesoro, sono qui con te

Non lascerò le nuvole

Non guarderò giù

Attenderò solo il tuo sole

e lo prenderò per mano

come la sposa che vorrei.

A volte sei il mio amore impossibile

Ti amo, non posso fare altro che dirlo.

Vorrei che ti voltassi ora

lunedì, 8 novembre 2010 by

I miei silenzi cadevano tra le foglie d’ottobre,

i miei passi lasciavano ricordi sulla strada,

le tue labbra mi accolsero in autunno per scaldarmi in inverno.

Ricordi? Vorrei che ti voltassi come allora.

Hai mai visto le ultime onde del mare di ottobre?

Non ho niente, più niente, di tutto questo

perché niente di tutto questo

potrà essere come te.

Niente di tutto questo

mi ridarà il mondo nei tuoi occhi, tesoro.

Sono solo nel paradiso, senza tue spiegazioni,

mi hai lasciato con le mie parole tra le tue labbra.

Vorrei che ti voltassi ora

e ricordassi

tutto quello che c’era per te,

l’amore più grande

che non hai mai affrontato,

sono qui con

le lacrime di una pioggia mai nata.

Prima di prendere quell’autobus,

tra le foglie d’ottobre, come un anno fa,

tra i nostri silenzi da giovani amanti,

voltati ancora una volta.

Sono qui.

(testo & ricordi: luca di francescantonio)

Domenica di febbraio

domenica, 21 febbraio 2010 by

Luca Di Francescantonio by Olivier Jules

Rimango impigliato in un pomeriggio di sole, mentre scuoto via il freddo, mentre Riccardo è in cerca di cicorie per le sue tartarughe. Il suo piccolo Enrico cammina a passo spedito per la stradina di campagna. Io ho le mani in tasca e mi fermo e mi guardo attorno. Pomeriggio caldo su verde campagna, colline all’orizzonte e silenzio tra gli ulivi.

Ho un minuto per me? Credo di sì. Hai inventato ogni scusa dall’inizio di quest’anno per non avere minuti per te, penso che forse adesso in una domenica così potresti concederti il lusso, Lu. Cosa non va? A casa tutti bene? E i tuoi? No, non mi va, non queste domande. Non di nuovo.

Avverto il vento leggero accarezzare le creste degli alberi da lontano, mentre il fruscio delle cicorie tagliate ti solletica l’ozio cullante del non pensare, ciondolante dal colle più alto dei tuoi pensieri nell’assoluto letto delle creatività. Gli ulivi penetrano con le radici fino a scrollare il terreno morbido e fangoso plasmato da antichi fiumi sottostanti. Mi chiedo fin dove tutto questo mio fare e cercare mi possa portare, tenendo conto di queste mie radici. Mi chiedo anche se questa dolce solitudine fino a quando mi farà compagnia nella sua confortante sincerità, come una accorta compagna che sa cosa dirmi quando è il caso di dirlo, ma puntualmente non lo fa. C’è un rapporto particolare tra quelle che sono le attitudini del mio lavoro e del mio modo di intendere l’arte e questa compagna di ventura che nella mia mente mi ricorda chi sono. C’è uno strano patto tra me e la solitudine: “Non dirmi, non ti dico”. Io creo, ma non voglio sapere per chi creo.

Puoi sentire il tempo che si ferma quando i piedi sono fermi sull’asfalto di una collina nascosta. Le case in lontananza sono sempre più basse e perse e confuse. Il cielo di pomeriggio è più materno. Dio mi vedi ora? Sorrido. Tu sai cosa ho. E non farmi voltare indietro, sai anche il resto. E, nonostante tutto, ti ringrazio. Perché vuoi o non vuoi sono dannatamente fortunato. Non vivo in un paese in guerra, non oggi. Anche se gli Italioti fanno previsioni peggiori quando dormono all’estero.  O quando ripiegano sbuffando un giornale. Anche se non è facile lavorare e trovare sicurezza e nemmeno i nostri genitori avevano i nostri stessi problemi, ma… mi sento fortunato. Quest’anno voglio solo questa fortuna. Sono stato troppo romantico, mi prendo tutto quello che questo significa, il mio cuore non finisce mai di imparare, non è così? So che lo sarò ancora, nella mia maniera, so che regno potrei dare come re ad una regina, ma non basta mai pare. Ma quest’anno voglio solo vivere della mia fortuna. Lo prometto.

E’ quello che farò.

Enrico corre a passi veloci, ma brevi, visto la sua statura. Non parla ancora, ma usa il dito indice alzato verso l’obiettivo di turno per esprimere concetti profondi in soli due mugugni. Ha gli occhi del padre, noto. Padre che nel frattempo smazza cicorie sfrontatamente su un terreno privato, incurante dell’anarchia dell’ego nei confronti di eventuali proprietari.

Riporto il giovane Enri dal papà rivoluzionario.

Il futuro veste un cappottino e delle micro scarpe da tennis. E non ti tiene per mano.

Ma percorriamo stranamente insieme la stessa strada, ognuno serenamente ignaro di quello che ci sarà dietro la collina più verde.

Buon anno.

Luca (since 1976 – soft version)

Teddy

domenica, 20 dicembre 2009 by
Teddy, l'orso di peluche

Teddy, l'orso di peluche

Teddy è l’orsacchiotto di peluche appoggiato sopra il ripiano dei giochi nella camera di Mila. E’ stato appena scartato dal pacco regalo sotto l’albero e dopo un bel po’ di buio è stato accolto dalla luce e dal calore. Subito accudito prontamente da Mila, divenuta inseparabilmente amica di fantasie e giochi in questi giorni di Natale, tra il caminetto acceso, i tappeti rossi e le luci appese dal babbo dentro e fuori casa.

Teddy trova la casa calda e pensa che non è male. Come non è male Mila che lo guarda sempre con quegli occhioni grandi scuri e ridenti. E sì, poi ride. Ride tanto Mila. E i suoi abbracci sono forti. E caldi. Tutto sommato non è male la sua vita di peluche.

Si ricorda dei discorsi che faceva con gli altri suoi compari in fabbrica, erano tutti lì impacchettati l’uno accanto a l’altro, odoravano di buono e si era tutti eccitati nell’immaginare cosa sarebbe accaduto dopo.

Il dopo per un orsacchiotto di peluche è un concetto non troppo elaborato, non troppo spesso o filosofico come noi umani sovente riusciamo a pensare, ma tant’è che un briciolo di pensiero, di tocco, in quegli orsacchiotti della famosa fabbrica di giocattoli c’era. E nei pensieri, coltivati tra dicerie e previsioni, c’era il “dopo”.

Non stupitevi più di tanto. Un peluche come qualsiasi altra cosa creata dall’uomo ha effettivamente un’anima. L’uomo non se ne accorge mai, mai abbastanza, ma tutto ciò che fa o tocca è destinata a lasciare un segno, ogni cosa che produce ha parte della sua vita insita. E quindi, è come se soffiasse o cedesse parte della sua linfa vitale all’oggetto che ha creato. Teddy, come gli altri suoi simili (e simili è il concetto più adeguato, visto la sua perfetta somiglianza con gli altri orsacchiotti dell’azienda), aveva dentro di sé quel tocco dato da uno sconosciuto creatore creativo, parte di codesto padre era ora in lui. Teddy è peluche arancio e ocra brillante, occhi di plastica neri grandi abbastanza da coprire un terzo del volto, orecchie tonde perfette e piccole, nasetto di spugna verniciata all’insù, sorriso cucito buono e tenero e un panciotto a bottoni grandi verdoni, di stoffa e velluto verde scuro. E sempre con le braccia aperte.

Mila non perde mai un attimo, corre da una parte all’altra della stanza, raduna le bambole e la tavola piccola del the, e poi al solito si prende Teddy con sé e non perde tempo a presentarlo alla sua maniera alle sue amiche di plastica. Teddy è un po’ timido, per fortuna non sa arrossire, ma comunque è imbarazzato. Le bamboline già lo conoscono e non perdono tempo a ridere un po’ per la situazione, Teddy è grosso per loro e per quel tavolino, è davvero ingombrante, non è proprio il principe azzurro che avrebbero voluto arrivasse con una bella lucente automobilina.

Ma a Teddy non importava. Teddy voleva solo stare con Mila. Ormai da quel Natale è passato un  bel po’ di tempo e Mila e lui sono diventati inseparabili. Mila cresce e non tarda a notare o vedere alcune cose e poi si fa un sacco di domande su tutto, sui suoi genitori, sulla tv. Domande che chiede a caterva a Teddy, soprattutto di notte, sotto le coperte, quando lo abbraccia forte. Quante domande, Mila. Ma Teddy vorrebbe davvero risponderti, solo che può darti solo un abbraccio. Pare che basti, Mila si riposa e dorme profondamente dopo cinque minuti. Nella stanza tutto si fa buio, cade il silenzio come una coperta in più, sente il respiro di Mila regolare e candido. Forse questa pace si chiama vivere. Il pensiero profondo gli fa rimanere gli occhi di plastica aperti, come sempre.

Mila cresce e si fa grande. Adesso legge i libri e i fumetti. Mette tutto in ordine e ha anche un po’ da studiare, visto la mole di compiti. Nel mettere tutto a suo posto cerca di dare una collocazione ai suoi giochi, alcuni molto vecchi ormai. E poi non avrebbe spazio per i libri. Teddy nota che Mila in fondo è cambiata. Non dorme più con lei e ora lo adagia su uno scaffale insieme alle bambole di plastica ormai vecchie e scolorite dal passare degli anni e insieme agli altri suoi compari, l’anatra di peluche, la scimmia marinaio, il clown sgargiante e tutti gli altri vecchi e nuovi incontrati in quella stanza in questi anni.

Mila è cambiata. Teddy non ha trovato mai le parole per dirglielo. Non ha parole in realtà, solo spirito. E quello spirito ha qualcosa, la sua anima preme dentro il suo cuore di stoffa, lo travolge abbastanza nonostante tutto questo tempo, impetuosamente forse una piccola parola potrebbe sgorgare dalle sue labbra decorative. Teddy si sforza, dallo scaffale, ma non riesce a dire. Mila è volta di spalle, intenta a fare altro, ma lui non riesce a chiamarla. E a dirgli che. Che dopo tutto questo tempo, dopo essere stato a lei vicina, dopo averla ascoltata e stretta, lui la ama.

Ma niente. Fermo. Immobile. Nessuna parola.

I suoi compari lo guardano e glielo dicono. Lo spirito parla per loro e agisce su onde diverse dalle nostre, chiaramente. Una sorta di telepatia che noi sordi umani materiali non possiamo percepire.

“Teddy, non fare così. Lo sai che non puoi. Non è concesso…”

“Teddy, hai il cuore di stoffa più caldo che ci sia, ma lei è una umana…”

“Teddy, lei è cresciuta ormai e noi siamo già fortunati se tutti quanti invecchieremo insieme tra di noi…”

“Teddy, non ci pensare. Hai fatto quello che dovevi fare. Lei è stata amata.”

“Teddy, sei un giocattolo vecchio ormai. E’ normale che ci sia un altro ora…”

Teddy non vorrebbe ascoltarli.

Se potesse, piangerebbe. “Ti amo, Mila.” è davvero l’unico pensiero.

Mila è quasi una donna ormai e vive ancora dai suoi, sta finendo gli studi. Ha pensato bene di invitare il suo ragazzo a casa per Natale, un’occasione buona per presentarlo meglio a mamma e papà. Anche se è un po’ emozionata.

Ha addobbato lei il salotto quest’anno. Il presepe e l’albero, ci ha dedicato passione e tempo. Ha sempre amato il Natale, fin da quando era piccola. Fin da quando suo padre le regalò… quell’orsacchiotto di peluche…

Mila torna nella sua stanza e si guarda attorno. E’ sera e il suo ragazzo sta per arrivare. Lo ama davvero, ma ha paura a dirlo. Ritrova il suo vecchio confidente di anni fa, il vecchio Teddy è ancora seduto lì su quello scaffale in alto. Lo guarda, ha un occhio di plastica che gli penzola giù. Mila sorride e lo accarezza, come se volesse ricatturare un Natale di secoli fa.

“Come stai?” le dice.

Teddy vorrebbe dirglielo. Ma gli basta solo quel tocco.

Solo quelle dita. Dopo tanti anni.

La notte scende. Il salotto ha un tavolo imbandito mentre gli ospiti prendono posto. La tv e il telegiornale annunciano le ultime notizie, chiudono parlando di una nota fabbrica di giocattoli che sta per chiudere. Mila e il suo ragazzo si guardano tra le luci di alcune candele, sua madre ha il tempo di lanciare una battuta e farlo entrare in famiglia.

Dal presepe, senza essere visto, un angelo si stacca dalla grotta. Giusto in tempo per trovare il vecchio Teddy.

Tutto accade a Natale.

“Teddy, ciao vecchio mio”

“Ciao angelo… e buon Natale!”

“Buon Natale anche a te…”

“Come mai da queste parti, dovresti stare in tutt’altra situazione…”

“Oh, diciamo che qualcuno mi ha mandato da te e che era il caso di farti un regalo questo Natale…”

“Angelo mio, sono vecchio e stanco e ho amato abbastanza, tanto. A chi vuoi che importi questo?”

“A qualcuno importa sempre. E sa del tuo cuore di stoffa pieno di peluche bianco, Teddy. E sono passati abbastanza anni, anche per te. E Mila hai visto com’è cresciuta…”

“Si… Ho visto…”

“E’ diventata una donna brillante, generosa, attenta, sensibile. Molto sensibile, vecchio Teddy. Non certo una bambola di plastica.”

“Lo so, lo so…”

“E questo grazie anche a te.” L’angelo risplende. E accarezza Teddy.

Teddy per la prima volta piange. Le sue lacrime sono asciugate un po’ dalle ali del messaggero.

Il vecchio orsacchiotto chiude gli occhi, ora.

E per sempre.

L’angelo sfiora il suo cuore di stoffa e ci soffia su. Tutto il peluche bianco esce fuori portato via dal soffio, si perde via dalla finestra, in un vortice di vento, fino a raggiungere il cielo blu.

E tutto l’amore di Teddy diventa soffice neve bianca e pura per il Natale più bello di Mila. La casa è coperta di bianco come una stella appena nata.

Mila guarda fuori la finestra.

Rimane incantata come una bambina. E’ tutto così puro.

Alfredo e le donne invisibili

martedì, 3 novembre 2009 by
Alfredo e le donne invisibili

Alfredo e le donne invisibili

Alfredo era circondato da donne invisibili. Era un fatto ormai evidente, chiaramente. Come negarlo. Arrivò però dunque alla constatazione effettiva del pensiero solo più tardi con il tempo, nel salotto di casa sua, seduto ormai stanco dopo mesi e mesi di sottile routine passionale corrodente e spossante. Ma si. Ma che cazzo ci vuoi fare, pensò pragmatico.

Sprofondato nella poltrona, i piedi sui cuscini, l’occhio perso negli arabeschi dei tappeti, mentre il sole del pomeriggio caldo si inoltrava tra le fessure, ritagliandosi i suoi spazi tra le monotonie di un paranoico sentimentale (ma che di sentimento, poi, cosa vuoi che ci sia, pensa), Alfredo si calava la verità dentro l’anima.

Le donne invisibili si erano organizzate separatamente, senza conoscersi, nemmeno un po’, disponendosi nei fiumi del tempo e dello spazio in maniera sincronica e ben aderente. Senza il minimo dubbio il caso sembrava avesse elaborato uno dei suoi massimi capolavori, unico e apprezzabile solo da Alfredo che, a quanto pare, aveva gusto per l’invisibile perfezione del destino. Un orologio di meccanismi di puro cristallo, tanto chiari quanto trasparenti nel loro significato.

Si erano organizzate, dunque. Apparivano, scomparivano, si affacciavano, si incrociavano, si perdevano, si annullavano, ma sempre e comunque in ogni caso presenti. Ed era una cosa che, a pensarci, non si poteva che considerarla sconvolgente. Donne sempre presenti, costantemente, senza una piega, intatte nella loro immagine e parola, ma totalmente assenti! Totalmente materialmente invisibili all’occorrenza. Incredibile! C’erano, erano attorno ad Alfredo, lo cercavano, ma in realtà non c’erano.

Alfredo, calmati, pensò. Si prese un martini con succo d’arancia, giusto allungando la mano oltre la poltrona, verso il comodino, tanto per dare un sapore diverso alla verità con due tocchi di ghiaccio. Si passò una mano sui capelli, pensò alle sue scadenze, sorrise per essere un fottuto freelance e sospirò consolandosi almeno di valere qualcosa nella sua vita lavorativa.

Perché detto tra noi, anche tra i suoi amici, Alfredo, in fatto di amore e storie connesse, era decisamente penoso. Ma gli amici, in quanto tali, non glielo dicevano. Non si sa mai, potesse cadere più in basso dell’essere penoso, era meglio evitare di rivelare la cosa. E così lo lasciavano fare, un po’ forse lo ammiravano per la sua assenza di concretezza, lo ascoltavano, ma il massimo era il suo raccontarsi. Facendo un resoconto degli ultimi anni narrava mille storie, situazioni, aneddoti, cose incredibili di donne irraggiungibili, che lui, effettivamente, era in grado di avvicinarle per chissà quale dote o fortuna, ma, andando a stringere, volendo capire, poteva essere del puro marketing. Si vendeva e solo i migliori buffoni sanno come usare il marketing per vendere il proprio sorriso. E forse alla fine era solo questo. Non si spiegava altrimenti. Era un brutto che piace. Come si definiva.

Donne che lo chiamavano, chiedevano consiglio, non badavano alle ore del giorno e della notte, mentre lui era lì totalmente conscio di come rispondere e dispensare consigli. Donne che si affacciavano a casa, che portavano su qualche cosa, qualche omaggio, qualche dolce da assaggiare, mentre magari lui cercava di far capire loro come usare il computer. Donne che lo invitavano a casa, che lo intrattenevano parlando del più e del meno di ogni possibile e inimmaginabile distante lavoro fuori dalla sua considerazione, chiudendo la giornata con lui che legge favole alla povera donna stanca sul letto… Inguaribile attento romantico, assoluto camaleonte nell’arte del proporsi, riscuoteva il successo di difficilissime e prestigiose corti. Si sfiorava il platonico oltre il platonico. Che non è cosa facile nemmeno da spiegare e che figuratevi se stiamo qui a farvelo capire. Perché solo lui riusciva a rimanere in un rapporto platonico e ad andare anche oltre il platonico senza intaccare il platonico. Concetti che trascendono lo stesso senso della fisica dei neutrini: lui l’assoluto neutro, il jolly che colma il vuoto.

Donne che chattavano, donne che chiedevano il suo numero di telefono e che puntualmente lo chiamavano, donne che lo perseguitavano a colpi di facebook  e pedinamenti, al limite dello stalking, quasi preoccupante, ma quasi. Donne che non lo apprezzavano, ma che lo cercavano lo stesso, tanto per. Donne che dicevano di essere solo amiche, ma che capitava che capitava qualcosa, ma capitava e basta, e perciò ritorniamo così come eravamo. Donne che facevano sesso al telefono, perché era troppo conoscersi oltre senza devastare il presente all’interno di una famiglia oppressiva. Donne giovani che adoravano i suoi centimetri, pare, con effetto eco presso le rispettive amiche altrettanto troppo giovani e mai viste prima, con relativi commenti che non avrebbe immaginato, ma nemmeno. Donne che lo amavano per davvero e che lui avrebbe voluto, ma che non si sa perché non ci si vedeva se non una volta al mese o all’anno. Donne, tututù, in cerca di guai, che gli piaceva solo quello, ma che il giorno dopo scomparivano in un pianto per il senso di tradimento, in quanto avevano cambiato l’asta alla bandiera della fedeltà. Donne artiste, assolute creative pronte a sbranare l’estro, ammalianti, perse di lui solo per un periodo e totalmente scomparse dopo…

Che dire? Alfredo, che vita di merda che hai. Ma te lo dicevano i tuoi amici che se continui così rimarrai solo a vita, che non devi desiderare l’impossibile, ma fermati a qualcosa di più vicino… Alfredo chatta, risponde al telefono, esce per aperitivi, ma fondamentalmente non ha ottenuto quello che forse desiderava. Ora ha solo donne invisibili attorno a lui. Una rete fitta, al limite della paranoia assoluta. Un salotto esclusivo di capolavori intoccabili, nel vero senso della parola. I ricordi si fanno più spessi del presente, diventano tangibili quanto i fantasmi, animano i fili di un telefono, le radiazioni di un cellulare, i bit di una banda larga. Il suo amore è plastica e ricordi. E niente di più. Niente di più. Solo tra donne invisibili.

Alfredo lo sapeva. Lo ha sempre saputo.

La verità va sorseggiata fredda.

(testo e disegno: luca di francescantonio)

Valentina e i coriandoli. E un party sbagliato.

domenica, 27 settembre 2009 by
La mia personale visione della Valentina di Crepax per Coriandoli D'Arte.

La mia personale visione della Valentina di Crepax per Coriandoli D'Arte.

Fine mese scorso ho partecipato con piacere a Coriandoli D’Arte, da una idea di Arena7 con a capo Gaetano Campana, presso il Teatro Fenaroli a Lanciano. L’evento si è svolto per la seconda volta, non perdendo lo spirito iniziale dell’assoluto mix creativo tra più arti: fumetto, danza, poesia e musica… Questa volta è stato più dosato, contenuto e godibile con i tempi ben più studiati e senza “imprevisti” d’artista. Il che mi ha fatto piacere, credetemi.

Ho avuto l’emozione particolare di disegnare in pubblico, dopo aver dato il cambio a Luca Cicchitti, entrambi coinvolti dall’idea particolare, mia, di omaggiare la Valentina di Crepax, visto che più o meno saranno 45 anni che l’eroina erotica è presente nel nostro immaginario e non si è mai fatto abbastanza per ricordare un artista elegante, raffinato e di cultura milanese come Guido Crepax. La Valentina e i suoi bianco e neri. Il suo viso scoperto di luce oltre il caschetto glamourous. I suoi occhi di cristallo e le sue labbra pronte a sussurrare. Ho dei ricordi di copertine nate negli anni ’70 che adesso magari escono fuori da qualche mercatino o antiquario, con lei immersa nel nero di una poltrona assolutamente distesa nell’ozio dell’attesa. Immaginario. Tra la realtà e il sogno di nebbia di una Milano vissuta, lasciando fuori dalle pagine i canoni di pregiudizio metropolitano.

E l’ho disegnata, in pubblico, proiettata su un grande schermo. Aggiungendo l’idea di Gaetano: “immergiamola nel connotato abruzzese”. Tra terremoti e petrolio, (mai abbastanza da piegare la nostra madre terra, ma troppo per offenderla), la mia Valentina la immergo in un mare futuro di nero, appoggiata alla colonna di cemento di una prossima piattaforma petrolifera. Non è il mio futuro, non è la mia terra. Ma potrebbe essere così se non stiamo attenti. E’ l’unico messaggio che si potrebbe lasciare.

Non si è mai abbastanza attenti alle cose che abbiamo intorno, credo che ci manchi ancora quella sensibilità tutta personale di preservare e proteggere ciò che è prezioso e unico. Viviamo il nostro tempo in questa regione, ma chiediamoci se facciamo mai abbastanza. Pensiamo che sia solo un fatto politico, ma la politica ci ha sommersi troppo da rimanere assuefatti alla pigrizia mentale, ci dimentichiamo di quante piccole differenze possiamo fare da soli. Non ricordiamo mai abbastanza quello che abbiamo.

Se ricordiamo noi allora qualcuno si ricorderà anche tra le poltrone e non sarà tutto così stupido. Mi sento ospite in una festa che non c’entra nulla con me, mi guardo attorno e vedo persone distanti anni dalle mie abitudini. Cosa festeggiano? Ci sono sorrisi e carte di credito, il club è riservato, ma rappresentativo. L’elité è composta da uomini di poltrona e donne da letto e, credetemi, per chi sa come la penso, non è il peggio quello che vi danno da vedere nelle vostre TV, troppo facile dare l’aureola ad una escort, è la porta di uscita per non guardare il resto, dico invece che a volte è proprio il vostro partito nella vostra regione ad essere più puttana e puttaniere nello stesso tempo, e, cari progressisti, nessun partito è escluso. Il party è di ragazzi anziani e di anziani ringiovaniti, non c’è più limite ai coriandoli di parole che ci piovono addosso. Il party è lungo e qualcuno fuori di testa farà lo stesso errore di alzare il gomito prima di pensare. Questo è il potere.

La mia Valentina ha voglia di altro. Ha voglia come me. Fottuttamente passionale come me e come me conscia che ogni buon amante che si rispetti, corteggiatore e paziente, non viene mai ascoltato se non alla fine dei giochi. E si, sono ancora nella mia “fase”.

Ma questo non è importante.

Non quando puoi vedere ancora il mare disteso e blu e amarlo ancora come ami ogni cosa della tua vita.

E sorrido amaro, quando giro le spalle ed esco dal party e penso che in inglese “party” significa, anche, “partito politico”.

Tutti qui, nella nostra terra, sono capitati nel party sbagliato. Nessuno escluso.

Luca.

In qualsiasi momento della vostra vita.

mercoledì, 26 agosto 2009 by

Capita che possiate fermarvi al centro di una strada. In qualsiasi momento del giorno, in qualsiasi momento della vostra vita. Può accadere quindi che possiate ritrovarvi un bivio davanti o vogliate semplicemente fermarvi per aspettare. Nella mia vita capita di fermarmi in continuazione, per infiniti motivi, motivi che guardi o che ti passano sopra… Ora vorrei essere altrove e non qui, sinceramente. Forse sono anche curioso di muovermi e di andare un attimo nel futuro, perché vorrei davvero trovare una spiegazione a tutto questo che mi circonda. Eppure sono fermo. Certo, lavoro e tutto, la mia mente è in continua elaborazione, ci mancherebbe… Ma non è tutto nella vita. Lo sapete anche voi. Con il corpo mi muovo, con la testa, una parte, sto fermo su qualche pensiero. Non puoi ottenere tutto nella vita, mi ripeto. Certo che no. Mi chiedo che tipo di metro c’è nella vita per cui affronti determinate situazioni e non altre. Sorrido, forse vorrei fare a scambio problemi con qualcuno. Che gran egoista che sono. O forse no. Soffro dentro, un po’, per quelle cose che non posso avere evidentemente. In questo momento ascolto la notte fuori con le sue macchine e le sue voci mentre per me è il tempo di sentire il mio cuore, capire cosa c’è nell’amore. Intendete amore quello che vi pare, alla fine il motore di ogni cosa che facciamo risiede in quella sottile energia insita in noi capace di smuovere stelle e pianeti attorno. Forse sto scrivendo questo per ricordarmelo. O per svegliare qualcuno. Me lo ha ricordato tra le righe una cara amica, sposata e felice, mentre eravamo seduti ad un bar a Pescara, lontano km da qui, i suoi occhi felini e sorridenti e io con i miei anni luce su altro. Le ho chiesto un consiglio. “Cambia bussola, Lu.” mi ha detto. Come non dargli ragione. “Cambia bussola, Lu.”. Sebbene qui ora tutto scorre sotto i secondi, sotto gli sguardi dei ricordi. Cercate di tenere stretto ciò che vi è più caro, cercate di comprenderlo e custodirlo, l’amore è un tesoro raro e spesso lo si confonde o ci si allontana. Voi che potete non perdetelo, allora. Io sto qui, quindi. Invece sto qui. “Cambia bussola, Lu.”. Sono seduto a metà strada e non mi va molto di guardarmi indietro, da ieri. Penso di non sbagliarmi quando amo. Come potrei, arrogante come sono. Come potrei sbagliarmi. Eppure sbaglio. Eppure sto qui fermo, sotto la luna e le stelle e il silenzio, così pare. Pare che sbaglio. Pensando che non potrò mai avere quello che vorrei, a volte o chissà. Perciò stringete il vostro amante nel letto, stringete la sposa, stringete la bambina stanotte e non perdetela, per favore.

E’ una preghiera che vi lascio.

Abbiate cura di voi.

Mi sto perdendo.

domenica, 10 maggio 2009 by

Non ci sono dubbi. Mi sto perdendo. Fermo l’auto nella strada immensa persa in un deserto di cemento che si china su se stesso all’avvicinarsi di un altro tramonto, l’ennesimo ma uguale a quello di ieri. L’aria calda, inaspettata dopo un febbraio freddo, mi lascia leggero nella mente.

Dove ho messo la cartina? Dovrò mettere in ordine anche qui, in macchina oltre che nei miei pensieri di scorta. Sento ancora quell’eco provenire dall’autostrada silenziosa, aldilà del casello di questo paese sperduto. Voglio solo cercare un posto dove fermarmi, e capire. Non penso sia poi così difficile stare lontano dagli altri come volevo. È un periodo strano, sensibile, quando decidi di provare strade diverse.

Nel caldo, la strada provinciale mi accoglie nella sua freddezza, vecchia di anni, crepata dalle troppe piogge, derisa dai troppi terremoti di questo secolo. L’auto è già lontana e parcheggiata. Pulisco i miei occhiali da sole mentre mi guardo attorno nel deserto, case e case bianche lasciate e trascurate senza filtri e senza numeri, senza vita e senza ordine. Sento il sapore di un mare lontano che non c’è sulla punta delle mie labbra, assaporo il sale di una sete senza preavvisi, al centro di un deserto di cemento. Sono le due del pomeriggio.

Ricordo lei e il suo sguardo, il suo corpo nudo nel mio letto in un pomeriggio simile a questo. Stava ancora ridendo, come solo lei sa ridere, per qualche mia scemenza, mentre cercavo di non guardarla. Mentre ora, cerco di non ricordarla. Non so dove mi sono perso. Capita di prendere strade che non si volevano, di prenderle e basta senza fare nulla se non fidandosi dell’istinto, di un uragano nascosto nato da cause invisibili. E lasciare che l’uragano vada e si abbatta su quelle strade.

Entro nell’albergo in fondo alla via, mentre signore anziane rimangono sedute accanto le porte di casa, e gatti indolenti rimangono assonnati a guardarti. Il trentenne alla portineria mi chiede i documenti, mi lascia una chiave. Penso di rimanere una notte.

L'amore è una casa che non crolla mai.

sabato, 11 aprile 2009 by

Questi giorni vanno via senza lasciare altri pensieri, senza attingere a nulla se non all’angolo più nascosto. Da lunedì quando dopo le 3.30 sono rimasto con gli occhi attaccato alla tv per sapere se stavo sognando o no. L’Aquila Immota Manet si è in realtà mossa, magari con preavviso, lasciando posto ad una certezza diversa nel cuore di ciascuno.

Immagini su immagini, l’occhio si abitua dal mattino presto al nuovo panorama. La materia si plasma sotto la voglia della natura, una madre silenziosa che stupisce senza reazioni quando urla. La materia si plasma sotto lo sguardo dell’uomo impotente. La tv scorre ancora, le voci si mischiano dando pezzi su pezzi del fantomatico puzzle, per poi accorgerti una volta composto che la realtà è più a pezzi e frammentata di quando eri partito. L’Aquila distrutta e lacerata, non puoi fare a meno di indagare e chiederti molte cose.

Non so ancora come rispondere. Alzo gli occhi al cielo e poi mi accorgo invece che Dio e il futuro è dietro l’angolo.

Il dolore è silenzioso e orgoglioso, forte e gentile, mentre padri, madri e figli sanno di essere stati amati o che hanno lasciato amore, dando semi nuovi ad una terra desiderosa di rinascere. Fermezza e bontà sono gli elementi di un popolo unico in Italia esempio per tutti. Abruzzo Immota Manet. Non un grido in più, non una lacrima in più, se non quelle che già sai che avrai nel tuo intimo, ma asciugate via dalle ali di angeli terrestri di un unico popolo dall’unico cuore.

Il futuro dietro l’angolo è solo amore, più di ogni cosa, perché l’amore è l’unica casa che non crolla mai. E Il cuore non cambia mai il suo indirizzo, non trasloca. Perché sai dove trovarlo quando ti perdi.

Ringrazi Dio dietro l’angolo, mentre piange e chiama a sé tutte quelle persone. Padre presente immutabile in un presente mutabile.

Natura by lucadifrancescantonio.it

Natura by lucadifrancescantonio.it

Luca Di Francescantonio – blog semipersonale

sabato, 1 novembre 2008 by

E così ci siamo seduti. Credo di averlo guardato per un bel po’, quel bambino. Non so bene cosa volesse. Non aveva domande da pormi, di solito i bambini sono molto curiosi, sappiamo come ci inondano di domande. O di richieste fantastiche. A cui spesso non sai rispondere o non sai accontentare. Eppure ci siamo seduti. Eravamo un padre e un figlio, ma senza saperlo. Due sconosciuti molto intimi che non avevano bisogno di parole, non avevano bisogno di litigi. Non come alcuni padri, non come alcuni figli. E se mi giravo attorno, oltre quella panchina, non eravamo nemmeno come quelle madri con le loro figlie o figli. Non lo avrei fatto vestire da Gucci, e non gli avrei vietato di leggere i fumetti (leggere… diciamo guardarli, quei bambini non sapevano ancora leggere…). No, non mi sembra di essere quel tipo di madre. Anche perché sarei padre. Ma non lo sono.Eppure ci siamo seduti. Io e lui, su quella panchina.

schizzo @ lucadifrancescantonio.it

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