Oggi, a distanza di un anno

domenica, 26 luglio 2009 by Silvia

 

In una delle sue poesie, Kipling sosteneva l’importanza del riuscire a fare un mucchio di tutte le vincite di una vita e rischiarle in una manciata di secondi. Il passo da tutto a niente è breve anche senza giocare d’azzardo.
Oggi, un anno fa, riuscivo a perdermi a Villa Stanazzo con un’amica. Anziché trovare Stanazzock avevamo trovato una festa poco dopo aver imboccato l’ingresso del paese e, convinte fino all’ultimo di non aver potuto commettere un così madornale errore, eravamo rimaste a chiacchierare sedute su una panca, di fronte a un tavolo dove si era vistosamente banchettato. Ogni tanto ci guardavamo intorno con un’aria vagamente perplessa e altrettanto divertita, ridendo del nostro dubbio comune che aumentava col trascorrere della serata. Ma aver sbagliato posto era l’ultimo dei nostri problemi, era molto più “preoccupante” avere accanto cinque signore di mezza età con un numero improbabile di bottiglie vuote davanti, fuori competizione per noi con la nostra bottiglia mezza piena di vino bianco. Dopo un’ora scarsa ci siamo incamminate verso la macchina, discutendo con fare impegnato del fatto che il nostro status di “singòls” aveva finalmente una spiegazione logica: essere a una festa dove l’età media era quasi il doppio della nostra, tanto per cominciare. Esserci divertite ugualmente pur essendoci perse l’opportunità di socializzare. E imboccavo la strada di casa con una bottiglia ancora mezza piena sotto il braccio, a mo’ di baguette, nello sguardo incredulo dei miei vicini che balbettavano un saluto. Chissà se Rosa, da brava cancerina, ancora conserva quella bottiglia.
Oggi, la scorsa estate, trascorrevo una serata spensierata, malamente reduce da una storia vissuta con passione e fiducia, sfumature di sentimenti che a pensarci ora fanno quantomeno sorridere, come se mi guardassi dall’esterno e provassi un senso di tenerezza per una ragazza – non so perchè, quando mi guardo nel passato mi sento sempre tanto più piccola e indifesa rispetto al presente….immagino sarà così anche domani rispetto a oggi – che crede in qualcosa che a malapena riesce a stringere tra le mani.
Quella sera a Stanazzockmancata avevo accanto un’amica che ha ricoperto questo ruolo per quindici anni. Parlare al passato non prelude quasi mai a niente di buono. Io non avrei potuto fare un mucchio di tutto quel che avevo, degli affetti, poi, non penso potrei mai, ma talvolta la vita va da sé e persino quelli che consideri punti fermi che neppure il tempo potrebbe scalfire nel giro di qualche giorno diventano storia, ricordi. Per qualche ragione che non mi appartiene. E finisco per farmi una ragione delle ragioni di altri.
Proprio qualche giorno fa una persona si stupiva del fatto che, per quanta gente frequenti ora, io non riesca a parlare di nessuno come di un amico. A me sembra talmente normale….Sarebbe più semplice tornare a parlare di amore, ma di amicizia….Di quelle che ti porti dietro dai tempi della scuola, quelle che magari ci metti cinque anni per capire che i luoghi comuni non sono poi tanto comuni, di quei legami che nascono per caso, in maniera spensierata, disinteressata e, tra tanti rapporti che si instaurano nel corso di una vita, quell’amicizia vecchia una vita è come un buon whisky che aumenta di valore col passare dei giorni. Per me non è semplice.
A distanza di un anno. Non trovo una metafora migliore per descrivere la vita che immaginarla come un viaggio, i treni, la stazione, il mio Gin no suzu. Oggi è come essere scesa da un treno, trovarmi di nuovo in stazione con le valigie posate ai miei piedi, ferma a guardare persone e storie passarmi accanto mentre rimango ferma ancora, un’attesa che non lascia traccia eppure non é tempo perso.

Spesso a pagine nuove della mia vita corrisponde un nuovo spazio virtuale, insolito per una che non scriveva diari nemmeno da bambina. Lo immagino come un ventaglio di carta – quelli che in Giappone, se non sbaglio, chiamano “sensu” – perché è un oggetto che racconta qualcosa di me, la passione per una cultura, e perchè da qualche parte, in Oriente, le donne usavano ventagli di carta per comunicare nel loro linguaggio estraneo agli uomini. Era un modo per sentirsi libere, per esprimersi senza reprimersi. Il ventaglio è un oggetto femminile, nasconde le labbra, ma non la voce, non le parole, come lo spazio virtuale di un blog.

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