Nothingman

domenica, 17 luglio 2011 by

….Still here.

Lei lo chiamò. Si intuiva un finale sbrigativo in quella promettente sera di inizio estate. Una spiegazione affrettata, il semplice aggrapparsi a qualcosa di insignificante per addossargli anche la colpa, scrollarsela di dosso e derubarlo persino della verità, facile nuda e scarsamente incline alle obiezioni. Nessuna sorpresa. C’è qualcosa di animalesco nel nostro grado di civiltà che ci permette di annusare i cambiamenti, di provare a avanzare una domanda retorica del tipo “E’ una mia sensazione o….”, e sapere che il silenzio a cui ci troviamo costretti si inasprirà fino a diventare un’arma a doppio taglio. La storia si scrive alla fine, e quella storia la avrebbero scritta gli insulti conclusivi di lei. Lui la salutò, tra punti di vista diametralmente opposti a quelli che si raccontavano in passato, la salutò chiedendole di essere fortunata. E una volta che lei gli chiuse per l’ennesima volta la conversazione in faccia come ogni volta che lui aveva bisogno di parlare, trovò da ridere per quella parola, “fortunato”. Cosa ne sapeva lui di fortuna? Eppure, ci vorrebbe proprio, di esserlo ogni tanto, invece di dover andare in cerca di una precaria felicità lasciando la porta aperta.
Rimase immobile sul bordo del letto, su un bordo qualsiasi, a ripercorrere la memoria della loro storia precaria, il modo in cui si erano trovati raccontandosi di fiducia e speranze mancate, e anche se si aggiravano distanti da chiunque, come ombre di amanti, avevano avuto la possibilità di stare bene, di ridere, di alleggerire il carico delle sconfitte con il loro breve trovarsi, di condividere momenti semplici, unici. Un amplesso è qualcosa che può ripetersi, la complicità di un abbraccio lascia tracce più indelebili. Uno scambio di confidenze sotto la pioggia, un regalo inaspettato, una carezza, uno sguardo che scorge una lacrima passata sotto silenzio e la trasforma in un sorriso. Non sapeva cosa farsene, di fatto a chi poteva importare, nessuno sapeva niente, non poteva neppure raccontarla, quella donna che improvvisamente avrebbe voluto non avere conosciuto, che gli appariva così simile a tutti gli uomini che lei biasimava, così simile alle donne di cui lui le raccontava.
Potrebbe raccontarsi una bugia, che tra qualche mese starà bene, potrebbe andare a cercarsi un letto dove addormentarsi in un  abbraccio, e immaginarsi tra le braccia di lei. La loro condizione a tempo determinato, la coscienza che sarebbe arrivata la fine non alleggeriva la serata. Non così, poteva finire con uno sguardo, con un sorriso affettuoso, come era iniziata. Senza certezze, anche il finale.
Si sarebbe raccontato che di lì a qualche mese sarebbe stato bene, che sarebbe stato a bere whisky al bar e avrebbe incrociato lo sguardo di lei come fosse uno sguardo senza nessuna storia dentro. Poteva già berci su, il bicchiere che non era mai riuscito a offrirle. E accettare come era andata. Di fatto, non si può rimangiare quanto è stato, e anche se gli sembrava di avere avuto una storia qualunque, i ricordi, i bei ricordi gli ridevano in faccia la sua incapacità di rimaneggiare il passato. Continuò a bere per tutta la notte, a guardare oltre la finestra, una città che sembrava un mare fatto di luci, a guardare il telefono pensando di staccarlo, almeno avrebbe potuto raccontarsi che forse lei lo aveva cercato, si promise di cancellare le sue tracce, si rese conto di non averla mai abbracciata nella vita reale, per strada, come potrebbe chiunque, come lei non voleva. Prima o poi sarebbe crollato, nel senso che avrebbe pianto o solo che si sarebbe addormentato. Prima o poi avrebbe posato il bicchiere e ritrovato il coraggio di affogare in fondo allo stomaco la paura di un’altra sconfitta, e correre un rischio.
Sguardi distanti, ricordi?
Per ora basta così. Non ho mai conosciuto un lieto fine e in questo momento non saprei lavorare di fantasia. Magari, non saprei dire quando, magari qualcosa da raccontare.

http://www.youtube.com/watch?v=mCpzgcH0QBE

I Commenti sono chiusi