IL CASO BERLUSCONI, L’ABISSO DEL NULLA E LA CAREZZA DEL NAZARENO…

lunedì, 13 luglio 2009 by

tommaso_moro

Ho sempre ammirato la figura di Tommaso Moro.
Non me ne vogliate se per lo spazio concessomi in questa rivista
elettronica mi permetterò di usare questo soprannome.
Spero solo di poter essere una parte di quanto lui è stata al suo
tempo , anche solo “un piede” .

Perché come lui vorrò andare controcorrente, e dunque mi toccherà
essere fastidioso. Contro il comune modo di pensare. Contro la
comodità del pensiero debole.
Contro la mediocrità. Contro l’abbandono per sciatteria o
vigliaccheria o peggio stoltezza di quanto c’è di bello nell’uomo.

Contro ma per amore di chi vorrà ascoltare qualcosa di diverso. E di
infinitamente bello.

Lui è morto per tutto ciò.

Non essendo però un pensatore della levatura di Moro, e probabilmente
non avendo voi il tempo di leggere, miei cari 24 lettori, pagine e
pagine vi prometto che:

1) Sarò breve il più possibile
2) Sintetizzerò per voi quanto c’è di più fastidioso e provocatorio
riguardo sulla rete riguardo l’anima ….

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IL CASO BERLUSCONI, L’ABISSO DEL NULLA E LA CAREZZA DEL NAZARENO…

Il guaio in Italia è che tutto diventa un referendum prò o contro
Berlusconi, qualunque sia il problema di cui si parla. Cosicché
restano in scena solo le due fazioni e si perde di vista la realtà.
Quello che non si vuole vedere oggi, per esempio, è che tutta la
nostra società, tutta la nostra cultura e la mentalità dominante hanno
un rapporto compulsivo col sesso e quindi con la realtà. Siamo tutti
agitati e tristi, oscillanti tra l’euforia assatanata e la
depressione, divoratori congestionati sempre insoddisfatti, frenetici
consumatori di cose e di immagini, di televisione e di ideologie, di
moralismi farisaici e di “occasioni” che ci facciano sentire vivi, di
eccitanti (mentali o chimici), di successo, di soldi, smaniosi di
“apparire” per accorgerci di esistere (sia i ragazzini di Maria de
Filippi che le star della tv con il loro Ego arroventato).

Più proclamano che esiste solo “l’io e le sue voglie” e che ogni
desiderio deve diventare diritto garantito per legge, più siamo
terrorizzati dall’invecchiamento, dalla malattia e dalla prospettiva
della morte. Morte che non è un evento del futuro, ma che sconti
vivendo, ogni giorno, nella decadenza del tuo corpo e nella fragilità
della tua psiche: nella tragicità della condizione umana. Non c’è
destra e sinistra qui. L’anima di tutti s’impiglia in questa
solitudine e in questi rovi della foresta oscura. Così siamo tutti
moralisti immorali. I giudizi sugli altri sono farisaici, ipocriti
perché così fan tutti, ma le giustificazioni del tipo “così fan tutti”
sono maleodoranti e malvestite. Eludono il problema. E’ comodo essere
corrivi. Della condizione umana non sappiamo più parlare. Della nostra
condizioni di moderni.

E’ stato detto in questa tempesta: “come una persona che non sta
bene”. Nessuno di noi sta bene. Pochissimi stanno bene con se stessi e
sono pieni di pace e di gioia. Sono persone speciali di cui i mass
media in genere non si occupano.

Ma fra questi pochi ci sono anche personaggi conosciuti: padri e
maestri così sono stati per esempio, per la nostra generazione, Karol
Wojtyla o uno come Divo Barsotti:” l’uomo che si appoggia alle cose è
paragonato a un uomo che precipita giù per un precipizio che sprofonda
nel mare, trova un ciuffo d’erba e ci si attacca: sotto c’è l’abisso,
sopra non può più salire. Ma attaccato a questo ciuffo d’erba c’è un
topo che rosicchia le radici dell’erba: vi immaginate il terrore
dell’uomo che sta per precipitare giù in questo abisso? Ecco”
proseguiva Barsotti “l’uomo vive questo. Noi cerchiamo di dimenticarlo
ma viviamo questo, perché c’è la morte e, nella morte, questo abisso
che è come il nulla. Invece, ecco Dio: Lui ti porta sulle sue ali. C’è
l’abisso – sì, anche quando c’è Dio c’è l’abisso – ma tu sei portato
sulle ali dell’aquila… Ecco la vita dell’anima: si vola sopra gli
abissi e si va verso Dio, come l’aquila va verso il sole”.

Tutta la nostra vita (a cominciare dai nostri peccati) grida questo
desiderio del Sole, questo bisogno di significato che ci sottragga
all’abisso del nulla. Siamo mendicanti del senso dell’esistenza e
dell’amore, cioè abbiamo una sete inestinguibile di Dio. Oggi sui
media dilaga un freudismo da quattro soldi secondo cui Dio sarebbe una
sublimazione del sesso. Ma l’evidenza della realtà dice esattamente
l’opposto. Il sesso, il potere e il possesso: sono loro i surrogati a
cui chiediamo di farci dimenticare la morte e tutti i suoi preavvisi,
come l’invecchiamento. E’ l’ossessione del sesso e del possesso e del
potere e del successo nel lavoro che ci serve a esorcizzare il nostro
limite, la nostra paura, la nostra incertezza di esistere, il nostro
inappagato desiderio di essere amati, voluti, la nostra sete di
felicità. Cioè la nostra fame di Dio.

La prova è che quei surrogati non ci bastano mai. Anzi, siamo sempre
più scontenti e agitati. Il vero desiderio che ci abita, fin dentro a
tutte le nostre fibre, l’unico bisogno assoluto che abbiamo e che è
inestirpabile e inestinguibile è Dio, perché noi siamo fatti per
l’infinito, per una felicità senza limiti e tutto ci lascia
insoddisfatti. Diceva sant’Agostino, che era stato un gran peccatore
carnale: “O Signore, ci hai creai per te, e il nostro cuore è inquieto
finché non riposa in Te”.

Ma figuratevi se i giornali si accorgono di questa attesa del cuore
umano e di padri che ci aiutano a capirla, come Barsotti. “Tutto
cospira a tacere di noi” (Rilke).

Eppure è di questa che abbiamo bisogno, tutti. Ecco, auguro a tutti
noi, a Berlusconi e a me e a te, amico che leggi, soprattutto a ogni
essere umano che fatica nella solitudine delle nostre città, questa
grande fortuna, la più grande che può capitare nella vita:
sperimentare la carezza del Nazareno. Che abbia ancora pietà di noi.
Che faccia riposare i nostri cuori smarriti al calore, alla bontà del
suo sguardo.

“Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi, e io vi
ristorerò.” (Matteo 11, 28).
“Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me, fiumi d’acqua viva
scaturiranno da Lui” (Giovanni 7,31-39)

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