Il Blog di ‘Il Ventaglio di Carta’

Colori di Dicembre

giovedì, 31 dicembre 2009 by Silvia

Dicembre 2007.

”Scendo le scale pensandoti, e canto per scacciare pensieri, gradino dopo gradino, con la solita aria falsamente spensierata, con la sigaretta già pronta tra le dita, un’altra slim da accendere appena fuori dal portone, e forse il solito groppo in gola scivolerà giù alla prima boccata, amaro più del fumo grigio, silenzi e sospiri malinconici più di questo cielo scuro che scorro passando davanti a una finestra….E mentre scendo, scendo e dentro vado a pezzi un pò di più, come mi perdessi nell’amore mancato, e cerco di toccare il fondo, se da qualche parte c’è, per poter tornare a respirare….Intanto già vedo il portone, oltre solo la strada buia, i lampioni, le cose da fare, un regalo da spedire….
Ultimo gradino. Apro la borsa, guardo il cellulare. I soliti due innamorati davanti alla luna a forma di cuore. Kingdom Hearts. E’ tutto. Esco fuori dal palazzo, una manciata di famiglie felici alle mie spalle, ed io, sola, che mi stringo nel lungo cappotto, abbasso gli occhi a terra, accendo la sigaretta, un piccolo fuoco….Come avessi solo quel pò di calore sul viso, un pò di luce e basta. Mi allontano sola nella sera, mandando giù la prima boccata, ma il groppo in gola non scende, come al solito rimane lì, e sale, sale insieme con i pensieri ed i ricordi, con le speranze ed i sogni fragili, sale con il fumo che vola via, magari verso casa tua, sale con una fitta al cuore, e tutto quel che sento diventa una semplice lacrima che piano scivola a terra. E si disperde, silenziosa come fosse me.”

Dicembre 2008.

”I colori restano invariati, è la capacità di elaborarli che varia al ritmo dell’emotività. L’inverno ha le tonalità del vento freddo, forse un po’ più scure rispetto agli anni passati, ma filtrato attraverso la percezione soggettiva sembra la trasposizione cinematografica di un fumetto Dark Horse Comics: nero, bianco, pochi colori accesi su qualche particolare che merita attenzione. A guardare attentamente l’eccesso di grigio, quasi abbaglia come la luce alla fine di una proiezione. La sensazione di penombra, il silenzio, atmosfere quiete, quando si dilatano nello spaziotempo diventano aria irrespirabile, CO2 che passa attraverso i sensi, dalla periferia al centro dell’umore.
Tra le poche cose ragionevoli da fare, c’è non restare in contemplazione del proprio veleno, manciata di mandorle amare, giusta dose di amigdalina.
Stivali, cappotto, una sciarpa così lunga che sembra per due, andrebbe bene per RichandAmy di Zits, e jeans ormai scesi abbastanza da sembrare usciti dall’armadio di Jeremy Duncan (la fortuna dell’avere trent’anni è averli nel ventunesimo secolo), borsa, sigarette blue&slim, burrocacao alle arance rosse e due accendini scarichi. Non mi va di indugiare sui toni malinconici della “tristizia”, e in giro nei giorni prima delle Feste ci sono colori a sufficienza perchè io possa rubarli per ridipingere la mia giornata lasciando alla palette dei grigi quanto meno possibile del mio spaziotempo.”

Natale 2009….

Da qualche anno ho preso l’abitudine di dare forma di parole ai miei pensieri, e quando ripercorro pagine passate, sparse qua e là nell’etere in cerca di una via di fuga da qualche storia fallimentare, mi rendo conto di come possa cambiare lo sguardo che ho su di me, il modo di raccontarmi, come tutto sembri più semplice quando il tempo dilata gli spazi e smussa gli angoli del punto di vista.
Se solo riuscissi a ricordarmelo quando sono dentro un momento difficile, probabilmente saprei sorridere di me come faccio ora, ora che riesco ad ascoltare canzoni legate a ricordi che fino a qualche tempo fa mi facevano male.
Ripercorro due inverni passati che nella memoria sembrano foto prive di colori, e guardo a questo dicembre, pensando che la fantasia un po’ infantile di un inverno avvolgente come un abbraccio, di un Natale “speciale” è diventata una realtà inattesa. Ripenso a quante volte mi sono sentita sconfitta, ingenua, ai momenti  in cui avrei preferito smettere di stringere le mie speranze, perché credere è forse una grande prova di coraggio, è come scommettere con se stessi e con la vita senza alcuna possibilità di previsione. E questo dicembre, nonostante le difficoltà non solo affettive dei mesi precedenti, è riuscito a stupirmi.
L’idea del Natale come festa da passare senza tanto strepito, senza commercializzare persino gli affetti, al di là delle ipocrisie, dei doveri e delle formalità quest’anno ha trovato la sua forma concreta. Ma soprattutto, questo dicembre che sembrava poter avere solo le stesse tonalità grigie dei mesi passati mi ha regalato degli affetti inattesi e in particolare una persona che, da semplici sguardi cercati e raramente incrociati nei sabato sera di una città che non ho mai sentito come “la mia casa”, è diventata qualcuno di importante nei miei giorni.

Il mio Natale 2009 è questo, e non potevo chiedere di meglio. Guardo dei pennelli, di quelli che si usano per tracciare i dettagli, e una tavola bianca. Non ricordo un regalo più significativo, il pensiero di chi confida in me, che io possa dipingere il bianco con i colori di un piccolo capolavoro.

Scusate il ritardo. Tanti sinceri Auguri di Buone Feste a tutti coloro che scrivono o semplicemente si soffermano un po’ tra le pagine di 66034.

Di gusto e altri sensi – Punto di vista sulla cucina

mercoledì, 21 ottobre 2009 by Silvia

Dicono che i migliori cuochi siano gli uomini. A mio parere, almeno prima dell’avvento dello status “sinGòl” (-: che ha visto aumentare il numero di persone “costrette” a cucinare per autosopravvivenza, quando un  piacere diventa un obbligo, una scadenza quotidiana legata a un ruolo, anche una passione sentita rischia di scadere nell’ordinario e l’arte sfuma nella routine.
Senza dilungarmi in un’oziosa diatriba che mi vedrebbe schierata dalla parte femminile, se non altro per difendere me stessa, credo che in cucina siano fondamentali tre requisiti:
- la passione;
- il tempo;
- la dedizione.

A livello personale, fino a pochi anni fa io e il “focolare” eravamo come rette parallele destinate, nel mio immaginario, a non incrociarci mai. E come tanti altri rassicuranti paletti della mia esistenza, anche questo è andato a terra, con mio piacere e senza dilemmi d’incoerenza.
Poche compagne di collegio a Bologna dimenticheranno i miei spaghetti conditi con la mayonnaise – sconsigliatissimi, se non altro perchè dopo poco diventano un inestricabile gomitolo di pasta – e la pseudofrittata bollita in un dito di acqua. Avevo una appena percettibile fobia dell’olio che bolle, dissolta col tempo per causa di forza maggiore: convivenza con un uomo, per mia fortuna poco esigente in fatto di pranzetti e affini, ma meritevole – forse ancor più proprio per la sua clemenza – di qualcosa di più saporito, appetibile e consistente del tonno al naturale innaffiato di succo di limone.
Proprio durante la convivenza nella Granda mi sono resa conto di non essere un vero e proprio caso disperato, ma piuttosto una potenziale cuoca che, come in altri ambiti della vita, aveva solo bisogno di scoprirsi o essere scoperta.
E quando al termine di una cena coi genitori del mio ex, il padre di lui intesse le mie lodi dicendo: “Non sei affatto negata in cucina, forse lo pensi perchè in famiglia hai un talento dei fornelli”, per una volta metto da parte severa autocritica e modestia e riconosco che la genovese era davvero buona, tanto il condimento per il primo quanto la carne, che il tiramisù era ed è ancora, seppur semplice, una mia piccola opera d’arte e anche gli abbinamenti enologici erano apprezzabilissimi.
- Nota del giorno, per quel giorno: non sono una cuoca da sopravvivenza, ma una piccola artista del focolare. – Soddisfazione, e gonfio il petto.
In effetti, non mi ero mai messa in discussione, e a forza di sentire gente lasciare casa nostra a fine cena complimentandosi con mio padre, artista nel cucinare il pesce, avevo dato per scontato che non sarei mai stata altrettanto capace, e che semplicemente io non ero alla portata di una simile passione, dalla quale con il tempo mi ero tranquillamente estraniata.

Nata così, come sorpresa inaspettata, tra le vicissitudini e gli affetti personali, la mia passione per la cucina si configura come arte da affinare giorno dopo giorno, attraverso successi ed errori, e come forma di dedizione a qualcuno da conquistare, omaggiare o semplicemente rendere partecipe di un momento gioiosamente peccaminoso, se davvero la gola è un peccato…. Un sacrosanto peccato quotidiano.
Per chi ama stare ai fornelli o per i potenziali talenti da scoprire, la cucina è un luogo naturale senza tempi, se non quelli della ricetta da seguire o inventarsi con tutti gli imprevisti e i potenziali fallimenti del caso, un luogo estraneo al resto del mondo, tranne nel momento del banchetto, in cui immergersi, smarrirsi un po’, dando giusto valore ai sensi altrui e ai propri, e gratificandoli nel mentre e con il risultato finale.
Pochi momenti del quotidiano possono appagare tutti i sensi come la cucina. Dal tatto, perchè non sporcarsi un po’ cucinando è tanto improbabile quanto illecito, magari affondando le mani in una piccola, fresca fontana di farina setacciata, o nella pasta da pane, che si fa modellare tra le dita prima di prendere la forma sferica di un composto da lasciar quieto a lievitare, all’udito, che partecipa di eventuali sottofondi musicali o semplici suoni come quello ritmico della forchetta che sfiora i bordi di un contenitore mescolando zucchero e uova in vista di qualche prelibatezza, o lo schioccare dolce e secco del cioccolato fondente quando viene spezzato. E il cui profumo, quando fonde, è tra gli aromi che più adoro, insieme a quello del burro che si scioglie nella padella e a quello delle spezie, del basilico, in particolare, che libera il suo aroma semplicemente scaldandolo tra le dita.
E poi c’è lo sguardo, quello intento e partecipe del cuoco in ogni istante, ad esempio mentre fissa dal vetro del forno, non senza una certa ansia, il suo preparato assumere forma e colori definitivi, e quello finale dei commensali che per qualche secondo indugiano sulla prelibatezza che si concretizza ai loro occhi in qualcosa di piacevole da vedere. Un buon preludio da sublimare nel gusto, giudice ultimo di una piccola opera d’arte.
Perchè la cucina è arte, richiede la lentezza di una tela dipinta dettagliatamente, l’amore per la propria creazione, in ogni passaggio, e la voglia di condividere qualcosa di buono con chi ne assaggerà.

Da “Kitchen” della Yoshimoto, la cui protagonista trova il suo nido naturale e accogliente nelle cucine e le adora come fossero il cuore di ogni casa, a “La Stanza delle Spezie” della Osborne, in cui l’amore per i sapori e per le tradizioni diventa un modo per superare avversità e l’eredità da regalare ai propri discendenti, tra tutte le mie letture che mescolano vicissitudini e fornelli quella che più si avvicina al mio personale modo di vivere la cucina è “Afrodita” della Allende, una giocosa e sensuale trasposizione di un momento del quotidiano che è esperienza da condividere con affetti, siano amici o un uomo amato, un romanzo che non bisogna per forza sfogliare ordinatamente, ma piuttosto curiosarvi, a caso, appassionandosi alle citazioni e alle ricette che lo concludono, il tutto con fantasia e amore per la vita, traendo ispirazione o riflettendosi un po’ nel connubio intrigante e invitante tra sensi, gusto e sensualità.
Il tutto alla luce di un punto di partenza che, al di là di mode massmediatiche e dettami superficiali, condivido appieno:
”Mi pento delle diete, dei piatti prelibati rifiutati per vanità…. Passeggiando tra i giardini della memoria, scopro che i miei ricordi sono associati ai sensi.”

Amare la cucina è anche un modo per occuparsi della felicità, propria e altrui, senza “ammalarsi” appresso a stereotipi quasi impossibili e felicità vendute a pochi chili davanti a uno specchio di pixel, a curve dritte come autostrade e volti spenti. Se i peccati di gola rallegrano lo spirito, il sorriso soddisfatto di chi si è lasciato andare a un piacere è amabile e meraviglioso quanto un piccolo, gustoso capolavoro culinario.

Il mio PdV sulla cucina, accompagnato dalle note di una melodia made in Japan, “Twilight Town”, o.s.t. di “Kingdom Hearts II”.

Oggi, a distanza di un anno

domenica, 26 luglio 2009 by Silvia

 

In una delle sue poesie, Kipling sosteneva l’importanza del riuscire a fare un mucchio di tutte le vincite di una vita e rischiarle in una manciata di secondi. Il passo da tutto a niente è breve anche senza giocare d’azzardo.
Oggi, un anno fa, riuscivo a perdermi a Villa Stanazzo con un’amica. Anziché trovare Stanazzock avevamo trovato una festa poco dopo aver imboccato l’ingresso del paese e, convinte fino all’ultimo di non aver potuto commettere un così madornale errore, eravamo rimaste a chiacchierare sedute su una panca, di fronte a un tavolo dove si era vistosamente banchettato. Ogni tanto ci guardavamo intorno con un’aria vagamente perplessa e altrettanto divertita, ridendo del nostro dubbio comune che aumentava col trascorrere della serata. Ma aver sbagliato posto era l’ultimo dei nostri problemi, era molto più “preoccupante” avere accanto cinque signore di mezza età con un numero improbabile di bottiglie vuote davanti, fuori competizione per noi con la nostra bottiglia mezza piena di vino bianco. Dopo un’ora scarsa ci siamo incamminate verso la macchina, discutendo con fare impegnato del fatto che il nostro status di “singòls” aveva finalmente una spiegazione logica: essere a una festa dove l’età media era quasi il doppio della nostra, tanto per cominciare. Esserci divertite ugualmente pur essendoci perse l’opportunità di socializzare. E imboccavo la strada di casa con una bottiglia ancora mezza piena sotto il braccio, a mo’ di baguette, nello sguardo incredulo dei miei vicini che balbettavano un saluto. Chissà se Rosa, da brava cancerina, ancora conserva quella bottiglia.
Oggi, la scorsa estate, trascorrevo una serata spensierata, malamente reduce da una storia vissuta con passione e fiducia, sfumature di sentimenti che a pensarci ora fanno quantomeno sorridere, come se mi guardassi dall’esterno e provassi un senso di tenerezza per una ragazza – non so perchè, quando mi guardo nel passato mi sento sempre tanto più piccola e indifesa rispetto al presente….immagino sarà così anche domani rispetto a oggi – che crede in qualcosa che a malapena riesce a stringere tra le mani.
Quella sera a Stanazzockmancata avevo accanto un’amica che ha ricoperto questo ruolo per quindici anni. Parlare al passato non prelude quasi mai a niente di buono. Io non avrei potuto fare un mucchio di tutto quel che avevo, degli affetti, poi, non penso potrei mai, ma talvolta la vita va da sé e persino quelli che consideri punti fermi che neppure il tempo potrebbe scalfire nel giro di qualche giorno diventano storia, ricordi. Per qualche ragione che non mi appartiene. E finisco per farmi una ragione delle ragioni di altri.
Proprio qualche giorno fa una persona si stupiva del fatto che, per quanta gente frequenti ora, io non riesca a parlare di nessuno come di un amico. A me sembra talmente normale….Sarebbe più semplice tornare a parlare di amore, ma di amicizia….Di quelle che ti porti dietro dai tempi della scuola, quelle che magari ci metti cinque anni per capire che i luoghi comuni non sono poi tanto comuni, di quei legami che nascono per caso, in maniera spensierata, disinteressata e, tra tanti rapporti che si instaurano nel corso di una vita, quell’amicizia vecchia una vita è come un buon whisky che aumenta di valore col passare dei giorni. Per me non è semplice.
A distanza di un anno. Non trovo una metafora migliore per descrivere la vita che immaginarla come un viaggio, i treni, la stazione, il mio Gin no suzu. Oggi è come essere scesa da un treno, trovarmi di nuovo in stazione con le valigie posate ai miei piedi, ferma a guardare persone e storie passarmi accanto mentre rimango ferma ancora, un’attesa che non lascia traccia eppure non é tempo perso.

Spesso a pagine nuove della mia vita corrisponde un nuovo spazio virtuale, insolito per una che non scriveva diari nemmeno da bambina. Lo immagino come un ventaglio di carta – quelli che in Giappone, se non sbaglio, chiamano “sensu” – perché è un oggetto che racconta qualcosa di me, la passione per una cultura, e perchè da qualche parte, in Oriente, le donne usavano ventagli di carta per comunicare nel loro linguaggio estraneo agli uomini. Era un modo per sentirsi libere, per esprimersi senza reprimersi. Il ventaglio è un oggetto femminile, nasconde le labbra, ma non la voce, non le parole, come lo spazio virtuale di un blog.