Il Blog di ‘Il Ventaglio di Carta’

Il mio ricordo di un’estate

domenica, 19 maggio 2013 by

Me ne stavo seduto davanti alla finestra della cucina a fissare il mare oltre i vetri, come se stessi scrutando un qualche accadimento che si svolgeva tra i flutti, e di fatto mentre osservavo le onde precipitarsi sugli scogli e sparire una dentro l’altra, seguivo una storia, tra i tanti ricordi della mia vita. Tenevo un quotidiano sulle ginocchia – fatto già insolito, non essendo mia abitudine leggere quotidiani, non per indifferenza verso quanto accade nel mondo, ma perché i fatti importanti, quelli che riguardano da vicino le mie giornate, il mio lavoro, di sicuro difficilmente li trovo tra le pagine di un giornale, piuttosto li conosco grazie ai racconti di chi condivide la mia passione per il mare -, e le mani appoggiate sul quotidiano, mia moglie alle mie spalle preparava la nostra colazione con le sue dita gentili, segnate dal passare del tempo. Io indugiavo nel mio angolo, ripetendomi in testa un nome letto sul giornale. Conoscevo quel nome, era uno dei ragazzi che nell’estate della nostra adolescenza si era imbarcato con me sullo Spray, un viaggio organizzato dalla scuola, una specie di campeggio estivo tra le onde durante il quale imparare a conoscere il mare, i suoi segreti e l’arte della navigazione, noi che vivevamo in un piccolo borgo sul mare che offriva ben poche possibilità. Andare a studiare lontano da casa, diventare marinaio, lavorare come pescatore.
Pochi giorni prima che si chiudesse la scuola, la mia prima storia d’amore era giunta imprevedibilmente a conclusione per volere della mia prima fidanzata. Avevamo iniziato a frequentarci all’inizio dell’inverno, e giunta la fine della primavera lei mi aveva annunciato che sarebbe partita per andare in vacanza presso una sua zia lontana, aveva riempito i suoi bagagli delle nostre promesse leggere e dei miei interrogativi a cui replicava puntualmente in modo vago e frettoloso, e mi aveva lasciato lì, a cercarmi un modo per riprendermi da quella bastonata. L’avrei rivista poche volte, incrociata come un tipo particolare di estraneo insolitamente informato sui fatti miei.
I giorni che avremmo passato sul mare erano per me una specie di uscita di emergenza, un modo per allontanarmi da tutti quegli angoli che mi facevano tornare in mente qualche capitolo della nostra storia, andavo a letto con la speranza di ricevere, l’indomani, sue notizie, e quando le mie speranze si frantumavano contro il suo silenzio, mi trascinavo per il resto della giornata sotto il peso di ogni singolo minuto.
Una mattina apparentemente come un’altra, a scuola ci dissero della possibilità, per chi fosse stato davvero interessato, di imbarcarsi su un veliero per partecipare a un breve corso di navigazione, e io mi scrollai di dosso con un colpo secco di spalle ogni tentennamento, come un gesto apotropaico per scongiurare ripensamenti. Firmai la mia adesione e aspettai la partenza.
Eravamo una quindicina di ragazzi, sulla nave c’erano il capitano e la sua famiglia ad aiutarlo. Aveva una figlia all’incirca della mia età, in un altro momento avrei considerato l’idea di corteggiarla, ma quel viaggio aveva come scopo principale quello di tenere tranquillo il mio cuore, almeno in merito alle donne, e di impegnarmi a distrarmi appresso alle tante cose da fare e da imparare.
La prima persona che conobbi fu un ragazzo di nome Ellis, si era imbarcato nel tentativo di riprendersi dalla scomparsa di suo fratello maggiore. Quando gli dissi di aver capito chi fosse suo fratello, sgranò gli occhi e mi chiese se eravamo amici, io gli spiegai che lo conoscevo solo di vista e mentre parlavo notai come era cambiata la sua espressione, divenuta mista di imbarazzo e delusione malcelati dietro un sorriso gentile. Era come se avesse sperato di colmare attraverso i miei racconti il vuoto lasciato da suo fratello, di recuperare altri ricordi di lui, andato via troppo presto, nei ricordi degli altri. Un modo come un altro per regalarsi qualche altro giorno di vita vissuta con suo fratello maggiore. Ma purtroppo io non avevo potuto essergli di aiuto.
Strinsi amicizia più o meno con tutti, ma dalla prima stretta di mano Ellis mi era sembrato un amico di vecchia data semplicemente ritrovato lì per caso. Nel tempo libero parlavamo tanto, ridevamo tanto, e anche se la notte facevamo entrambi i conti con un’assenza che rispettivamente ci pesava sull’anima e che ci teneva svegli, a un certo punto la stanchezza aveva la meglio e al mattino il dolore era di nuovo acquietato in fondo all’anima.
A volte parlavamo fino a notte fonda, fino a quando le parole diventavano bisbigli biascicati che il giorno dopo nemmeno avremmo ricordato. L’odore del mare, del sale e del sole addosso mi avrebbero sempre riportato a quei giorni sullo Spray.
A Ellis piaceva la figlia del capitano. Io, qualche inverno dopo quel viaggio, avrei incontrato la donna della mia vita, quella con cui sarei diventato vecchio, in una coetanea dagli occhi pieni di curiosità che come me andava a cercare il suo angolo di quiete seduta a pochi metri dalle onde.
Il capitano dello Spray aveva l’aria del lupo di mare, quando era a riposo leggeva ogni genere di lettura dedicata al mare e alla navigazione, e da uno dei suoi libri, dall’opera del capitano Slocum, aveva tratto il nome per il suo veliero. Un giorno ci disse di non vivere mai come fossimo isole, che un uomo deve essere come un’onda del mare, appassionato, curioso, a volte difficile, a volte quieto come il mare nelle prime ore di un mattino d’estate, a seconda delle persone che avremmo incontrato, dei loro e dei nostri sentimenti reciproci. Ci disse di non aver paura di arrivare a toccare quante più coste, lidi, scogli spigolosi possibile, di non aver paura di conoscere luoghi nuovi, mescolarci con altre onde, adagiarci su una spiaggia ad ascoltare storie di uomini e di donne e lasciare il segno del nostro passaggio anche sulle pietra dura. Le sue parole erano per noi una scoperta, ogni lezione, ogni dettaglio riguardante le imbarcazioni, ogni angolo del mare, e noi accoglievamo ogni esperienza con occhi nuovi, sgombri, come se il tempo che trascorrevamo sullo Spray fosse un dono.
Quella mattina tenevo il giornale sulla gambe e le mani posate sul giornale, e quando mia moglie mi scorse tirare su col naso, mi chiese a cosa stessi pensando, come mai non fossi già in spiaggia pronto a dedicarmi a una delle tante cose da fare.
”Le amicizie che stringi quando sei un ragazzo non le stringerai mai più”, le risposi, “perché non stringi amicizia solo perché cerchi un amico, ma soprattutto perché vuoi esserlo tu stesso, vuoi che qualcuno che senti essere la persona giusta sappia che può contare su di te, che tu sei suo amico. E pensi che i valori abbiano davvero un senso, una consistenza, e che sarai tanto più un uomo quanto più riuscirai a mantenerti saldo in quei valori.
Qualche estate prima che io e te ci conoscessimo ho stretto una delle amicizie più importanti e indimenticabili che abbia mai avuto. Purtroppo il tempo, la distanza, le scelte diverse e la necessità di dedicare tanto tempo al lavoro ci hanno allontanati. Oggi ho comprato questo giornale, per caso, e c’è il suo nome.”
Lei sgranò gli occhi, sorpresa per lo strano volere del destino e per paura che il nome di Ellis fosse tra quelli di chi non c’è più.
”Ha scritto un libro”, continuai, con la voce che usciva tremante per tutte le emozioni che venivano a galla con essa, “Si intitola Il mio viaggio tra le onde. Racconta l’esperienza sullo Spray, che ora è la sua imbarcazione. Ha sposato la figlia del capitano….”. Sorrisi, con gli occhi umidi per l’emozione. “Alla fine c’è scritto che spera di cuore che alla presentazione ci siano i compagni di quell’avventura, in particolare…. Ecco, c’è il mio nome, spera di potermi rincontrare.
Sembra non essere passato un giorno.”
Lei mi sorrise dolcemente. Mi alzai, le strinsi un braccio attorno alle spalle e l’accompagnai verso il tavolo che aveva approntato per la nostra colazione. “Vieni, ti racconto la storia di un gruppo di ragazzi che tanti anni fa condivise un’esperienza che ciascuno di noi avrebbe portato dentro per tutta la vita.”
Mi sorrise nuovamente con i suoi occhi curiosi. Amava ascoltare i miei racconti.

”….Ma anche se la corrente è contraria, che importa? E se è in nostro favore, dove siamo portati da qui, e a quale scopo? I nostri piani per l’intero viaggio sono così irrilevanti che poco importa, forse, dove andiamo, perché la grazia del giorno rimane la stessa! Non è forse per questa consapevolezza che il vecchio marinaio è contento, fosse pure in mezzo alla burrasca, e pieno di speranza anche aggrappato a una tavola in mezzo all’oceano? Certo è per questo! Poiché la spirituale bellezza del mare, facendo sua l’anima dell’uomo, non tollera infedeli sulla sua vastità sconfinata.”
Joshua Slocum – Solo, intorno al mondo. Ed. Mursia.


Scritto per l’edizione 2013 di (CON)FUSIONI, questo racconto, che può apparire incompleto perché manca la parte dedicata alla storia dell’amicizia tra il protagonista ed Ellis nata durante il viaggio sullo Spray, prende ispirazione da due racconti contenuti nella raccolta “Stagioni diverse” di S. King, ovvero “Il corpo”, a cui nella trasposizione cinematografica fu dato il titolo “Stand by me – Ricordo di un’estate”, e “Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank”, a cui nella trasposizione cinematografica fu dato il titolo “Le ali della libertà”. Da cui è presa la citazione a seguire.

”….Ma alcuni uccelli non sono fatti per la gabbia, questa è la verità. Sono nati liberi e liberi devono essere. E quando volano via ti si riempie il cuore di gioia perché sai che nessuno avrebbe dovuto rinchiuderli. Anche se il posto in cui vivi diventa all’improvviso grigio e vuoto senza di loro. Il fatto è che il mio amico mi mancava.”
Ellis Boyd “Red” Redding – Le ali della libertà.

Come il cioccolato

mercoledì, 23 maggio 2012 by

….Come la vita. Condivisioni di strada/viaggio/storia.

La notte ha un suo tempo, non saprei misurarlo in minuti, nel silenzio di una stanza a scandirlo sono i pensieri, i respiri. C’è un’atmosfera intima, la notte ha l’aria complice, comprensiva di un amico che invoglia a parlare di sé.
In cerca di un’ispirazione, guardo i vasi delle gerbere sul davanzale, freddo come la storia legata a quell’immagine, e sfoglio le pagine di un quaderno scorrendo vecchie pagine di me. Confusa su una storia da scrivere e un’altra da riscrivere. Mi sento tranquilla, stato d’animo che rende meno semplice dare forma concreta al mio intento. La felicità è una condizione strettamente personale, i suoi dettagli hanno parole che, per lo più sommesse, a volte gridate, comprende soprattutto chi ne fa parte. La tristezza ha tempi lunghi nei quali immergersi, fermarsi a cercare una voce per spiegare, rintracciare ogni sfumatura dolorosa per liberarsene. Ha in sé il desiderio di essere condivisa con chiunque abbia memoria del dolore.
Cerco spunto per Confusioni nell’immagine di qualche giorno fa, dejà-vu di un punto di vista raccontato in un vecchio blog. Stesso semaforo, e io ferma sotto la luce rossa, mentre da un angolo della mia visuale vedo viaggiatori scivolare lungo la strada, come inseguendo la luce dei fanali, altri mi passano accanto e svaniscono dietro un ciuffo di capelli. Nella situazione di statica osservatrice, aspetto il via libera. Nel recente dejà-vu non provo l’impressione metaforica di qualche tempo addietro, mi riconosco in una  memoria distante fatta di pochi colori, ma questa volta so di avere una mia curva da accogliere e voler scoprire dopo la ripartenza dei mesi invernali. Un inverno freddo e bianco come una pagina spoglia diventato inaspettatamente un riparo accogliente. Quattro pareti dai colori caldi della mia crescita. La presa di coscienza del valore personale. La pretesa del rispetto dato e meritato. La migliore sconfitta che potesse capitarmi. Potevo raccontare anche questa storia ai confusi e ai non confusi. Uno sguardo su di me, come scrutarsi nello specchio da oltre le proprie spalle. La storia di una prevedibile caduta, e la banale, difficile meta del rispetto di sé.
Mi immagino intenta a guardarmi ai tavoli di un bar dove ho maturato la fiera consapevolezza di poter stare in piedi da sola. La sensazione di saper sopravvivere al bisogno degli altri. Nessun desiderio di elemosinare affetto, semplicemente la ricerca senza possibilità di previsioni del mio angolo opposto e complementare. Quel luogo dell’Universo che diventa la propria casa, che ha i lineamenti di una persona qualunque che diventa qualcuno.
Fuori dall’ombra della sconfitta, un’ombra troppo lunga per il suo reale peso, riprendono spazio quegli aspetti personali lasciati in silenzio, così inadeguati quando si riflettono nello sguardo sbagliato. La dedizione reciproca, le passioni personali, fogli ancora bianchi e inchiostro nero carico di sfumature, fotografie che, belle o meno, valgono per il ricordo che portano dentro, la voglia di ritrovare i profumi della cucina, come quello intenso e antico del cioccolato fondente, il suo sapore a volte amaro a volte dolce, come la vita.
Con la solita musica nelle orecchie, gli occhi su una manciata di fogli sparsi di parole, avvolta nella quiete notturna, condivido la sensazione di sapere cosa raccontare, sabato. Il suono dei tasti del cellulare, pur sapendo che il destinatario già dorme, il rumore fermo della sedia alzandomi, la luce soffusa, fuori e dentro il profumo delle prime ore del mattino, nella memoria ha il sapore dei viaggi, delle partenze e delle ripartenze alla ricerca della propria strada/viaggio/storia.

************************************************************

Per (Con)Fusioni 2012. La trasposizione su carta del pensiero di incompiuto, il progetto notturno di una scrittura che non prende forma compiuta e viene condivisa prima della scelta definitiva e definita di una singola pagina da raccontare.

Undici settembre

domenica, 11 settembre 2011 by

….2001, 2011.

La televisione accesa, per caso, volume azzerato. Le finestre aperte su Via San Vitale, le prime oziose ore del pomeriggio di una calda giornata qualunque nella mia settimana di trasferta bolognese. Di passaggio davanti alla TV, una scena da film, un grattacielo che fuma da un lato. Resto ferma, cerco di capire di cosa si tratti, se dell’ennesimo film catastrofico o di immagini tratte da chissà dove che raccontano la cronaca della mattina di chissà quale città non italiana. Non so per quale ragione, l’ultimo dei miei pensieri è prendere il telecomando e alzare l’audio, ma forse nemmeno c’era la telecronaca, forse erano immagini senza commento in attesa di una qualche spiegazione. Arriva il mio ragazzo di dieci anni fa, si ferma anche lui davanti allo schermo, a un passo da me, restiamo in piedi a guardare delle immagini senza avere la minima idea di cosa stiano raccontando. Mi chiede di cosa si tratti, ammetto che non sto capendo un granchè, e all’improvviso un aereo compare in quella scena apparentemente immobile. Pensiamo che passerà vicino ai grattacieli, che non c’è nulla di ostile…. e invece, taglia uno dei due grattacieli, una scena completamente fuori dall’immaginazione, da qualsiasi possibile previsione. Solo una voce di stupore, io e lui ci chiediamo se magari sia stato involontario, un impatto dovuto al fumo, quel fumo che già si levava prima dello schianto, dovuto a chissà quale precedente incidente. Col passare dei minuti le informazioni si fanno più precise o forse semplicemente io e lui prestiamo più attenzione, cerchiamo qualche risposta e ascoltiamo cosa sta accadendo, è accertato che non è un film, che la città è New York, che il fumo era dovuto a un precedente impatto, un primo aereo probabilmente dirottato contro una delle due torri del World Trade Center e che con buone probabilità il secondo schianto non è casuale. I minuti scorrono veloci per quanto tutto sembri immobile, una fredda scena esterna di due grattacieli in  fiamme, non c’è bisogno di vedere cosa accade dentro per poterlo immaginare, per capire, per provare un senso di dolore per chi sta cercando di salvare la propria vita, e magari quella di altri, e frustrazione per l’impossibilità di dare una mano, in qualunque modo. Dalla TV sembra che tutto quel disastro non faccia alcun rumore, persino il grattacielo che si ripiega su se stesso e finisce a terra in macerie sembra un palazzo di carte, un gigante di cristallo che cade in ginocchio trascinandosi giù tutte le vite, tutti i nomi che erano al suo interno, in quella che doveva essere una tranquilla, ordinaria mattina di lavoro e faccende quotidiane varie ed eventuali. Chi abbia voluto tutto questo, chi ne ha la colpa, chi merita di essere giustiziato…. in quel momento c’è solo chi era dentro, chi sta lottando per salvarsi, chi già sta scavando per salvare chiunque possa essere salvato, in qualunque modo, chi ingiustamente ha lasciato una vita in sospeso perchè pensava di avere ancora una vita davanti. Non so quanto tempo siamo rimasti fermi, in piedi, a un metro dal televisore. Quasi fosse ingiusto, offensivo voltare le spalle, fosse anche solo per andare a sedersi un attimo sul divano. Il secondo gigante va giù, si apre il cielo alle spalle di quel disastro, ai piedi delle Twin Towers uomini molto più piccoli dei blocchi di cemento cercano di sentire una voce tra le macerie, un respiro, portano via superstiti, estranei che si asciugano vicendevolmente le lacrime. Chiamo casa, torno alla mia quotidianità, quasi imbarazzante in quel frangente, chiedo cosa sanno, se hanno visto, speriamo che non succeda altro, è abbastanza. Sarebbe stato abbastanza anche se ci fosse stata un’unica vittima. Perdono la vita 2752 persone.
La sera, usciamo per Bologna, andiamo a cena in una taverna poco lontano dalla casa di quello che era il mio ragazzo, nel 2001. Vuole farmi assaggiare pasta con ragù alla bolognese e un vino chiamato Cagnina. Al tavolo, una ragazza ci regala una copia dell’edizione straordinaria de Il Resto del Carlino. Ancora la conservo tra i miei libri, il ricordo di una storia che sarebbe finita a un mese di distanza dall’11 settembre.
Il ricordo di una pagina di storia del nostro tempo.

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/6/6b/911_victims.jpg
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/fe/September_14_2001_Ground_Zero_02.jpg

Nothingman

domenica, 17 luglio 2011 by

….Still here.

Lei lo chiamò. Si intuiva un finale sbrigativo in quella promettente sera di inizio estate. Una spiegazione affrettata, il semplice aggrapparsi a qualcosa di insignificante per addossargli anche la colpa, scrollarsela di dosso e derubarlo persino della verità, facile nuda e scarsamente incline alle obiezioni. Nessuna sorpresa. C’è qualcosa di animalesco nel nostro grado di civiltà che ci permette di annusare i cambiamenti, di provare a avanzare una domanda retorica del tipo “E’ una mia sensazione o….”, e sapere che il silenzio a cui ci troviamo costretti si inasprirà fino a diventare un’arma a doppio taglio. La storia si scrive alla fine, e quella storia la avrebbero scritta gli insulti conclusivi di lei. Lui la salutò, tra punti di vista diametralmente opposti a quelli che si raccontavano in passato, la salutò chiedendole di essere fortunata. E una volta che lei gli chiuse per l’ennesima volta la conversazione in faccia come ogni volta che lui aveva bisogno di parlare, trovò da ridere per quella parola, “fortunato”. Cosa ne sapeva lui di fortuna? Eppure, ci vorrebbe proprio, di esserlo ogni tanto, invece di dover andare in cerca di una precaria felicità lasciando la porta aperta.
Rimase immobile sul bordo del letto, su un bordo qualsiasi, a ripercorrere la memoria della loro storia precaria, il modo in cui si erano trovati raccontandosi di fiducia e speranze mancate, e anche se si aggiravano distanti da chiunque, come ombre di amanti, avevano avuto la possibilità di stare bene, di ridere, di alleggerire il carico delle sconfitte con il loro breve trovarsi, di condividere momenti semplici, unici. Un amplesso è qualcosa che può ripetersi, la complicità di un abbraccio lascia tracce più indelebili. Uno scambio di confidenze sotto la pioggia, un regalo inaspettato, una carezza, uno sguardo che scorge una lacrima passata sotto silenzio e la trasforma in un sorriso. Non sapeva cosa farsene, di fatto a chi poteva importare, nessuno sapeva niente, non poteva neppure raccontarla, quella donna che improvvisamente avrebbe voluto non avere conosciuto, che gli appariva così simile a tutti gli uomini che lei biasimava, così simile alle donne di cui lui le raccontava.
Potrebbe raccontarsi una bugia, che tra qualche mese starà bene, potrebbe andare a cercarsi un letto dove addormentarsi in un  abbraccio, e immaginarsi tra le braccia di lei. La loro condizione a tempo determinato, la coscienza che sarebbe arrivata la fine non alleggeriva la serata. Non così, poteva finire con uno sguardo, con un sorriso affettuoso, come era iniziata. Senza certezze, anche il finale.
Si sarebbe raccontato che di lì a qualche mese sarebbe stato bene, che sarebbe stato a bere whisky al bar e avrebbe incrociato lo sguardo di lei come fosse uno sguardo senza nessuna storia dentro. Poteva già berci su, il bicchiere che non era mai riuscito a offrirle. E accettare come era andata. Di fatto, non si può rimangiare quanto è stato, e anche se gli sembrava di avere avuto una storia qualunque, i ricordi, i bei ricordi gli ridevano in faccia la sua incapacità di rimaneggiare il passato. Continuò a bere per tutta la notte, a guardare oltre la finestra, una città che sembrava un mare fatto di luci, a guardare il telefono pensando di staccarlo, almeno avrebbe potuto raccontarsi che forse lei lo aveva cercato, si promise di cancellare le sue tracce, si rese conto di non averla mai abbracciata nella vita reale, per strada, come potrebbe chiunque, come lei non voleva. Prima o poi sarebbe crollato, nel senso che avrebbe pianto o solo che si sarebbe addormentato. Prima o poi avrebbe posato il bicchiere e ritrovato il coraggio di affogare in fondo allo stomaco la paura di un’altra sconfitta, e correre un rischio.
Sguardi distanti, ricordi?
Per ora basta così. Non ho mai conosciuto un lieto fine e in questo momento non saprei lavorare di fantasia. Magari, non saprei dire quando, magari qualcosa da raccontare.

http://www.youtube.com/watch?v=mCpzgcH0QBE

Come una canzone in MacDougal Street

martedì, 28 giugno 2011 by

….C’è della musica per raccontarsi un po’, sulla strada.

C’è una promessa  accanto a cui dormo questa notte, non ne conosco le coordinate
le parole accoglienti sono di ieri o per domani
e per questo a volte mi nascondo da quanto è stato
e quando trovo il coraggio cancello le tracce, per quanto siano il solo abbraccio che conosco da un po’
e per lo stesso motivo metto da parte la fiducia nei verbi al futuro
sembrano la vuota rassicurazione di una madre a un bambino che ha occhi ancora troppo grandi
per difendersi dalla realtà.
C’è una promessa senza una data che viaggia sul sedile passeggero
occasionale compagna di questo silenzioso vagare
trascinando speranze fino all’alba per non vederle tramontare
o per non vederle rinascere al mattino, tenero e sorridente specchio di una sconfitta
C’è un semaforo che lampeggia sulla mia corsia
e con la testa piegata per guardarlo mi brilla negli occhi la luce verde accanto
e macchine che si allontanano sul loro rettilineo
inseguo curve, non c’è un dove certo ma solo il come
quando la strada diventa un posto accogliente e la distanza un modo di esserci
C’è un bicchiere familiare, quasi vuoto tra le mani
lascia tracce a forma di bacio sulle labbra
e il sapore come un ricordo, a bocca chiusa
guardo anelli di fumo prendere il volo, ci scrivo dentro una storia
la mia voce sommessa simile a uno sguardo furtivo diventa racconto su un pezzo di carta
musica scritta negli spazi fermi tra le corde
Cantami la mia storia, è la storia di quegli avventori della vita
che scelgono di continuare a proteggere nascosto in fondo allo stomaco,
nelle pause di una canzone da MacDougal Street
il loro impolverato, dignitoso credere.

La notte è una città fatta di luci

domenica, 29 maggio 2011 by

….Di quelle notti che è quasi estate, che anche se non ci sono i lampioni a raccontarti la strada basta il cielo.

Mentre ci allontaniamo dal bar, qualcuno dice che “la parte migliore di un viaggio è il viaggio”. Il modo di pensare la vita applicato al tragitto che ci porta a una festa. Non ho dubbi, penso. Di notte, poi, quelle notti che è quasi estate, che anche se non ci sono i lampioni a raccontarti l’asfalto basta il cielo. E i finestrini abbassati perchè l’aria della strada, come le parole, come gli sguardi senza bisogno di parole, sono parte importante del viaggio. Me ne rendo conto quando ci penso qualche tempo dopo, e non è solo memoria, ma storia scritta con tutti i sensi.
Da piccola, mio padre mi diceva che i lampioni gialli indicano le strade principali, come le autostrade. Non mi sono mai chiesta se fosse vero, quando guardo le luci di notte penso che sia semplicemente così, che dove ci sono lampioni gialli parte qualche tragitto importante, di quelli che vedono vite scorrere addosso come se il viaggio fosse un movimento costante.
E mi fermo a guardare un gruppo di luci lontane da noi. Le città di notte sembrano tutte un miraggio, per me che non so distinguere un paese dall’altro. Chissà se ci vedono da laggiù. La curva morbida della montagna solo un po’ più blu del cielo. La solita luce rossa pulsante in cima a un’altura. Piccoli gruppi di case con la loro illuminazione discreta, fanno un figurone a vederle da qui, sembra di guardare il paesello più accogliente che si possa raggiungere. Di giorno, da lontano, sembra tutto più fermo, distante, meno colorato, la notte ha qualcosa di morbido che riesce a sfumare gli aspetti troppo concreti del giorno. C’è bisogno di uno spazio per respirare, per riconoscersi, per raccontarsi. E la notte ha i suoi tempi generosi abbastanza da poter indugiare su un panorama che sembra nuovo da un nuovo punto di vista. Uno di quei panorami che quando viaggio di notte sono una confortante compagnia, come un’onda che mi segue oltre i finestrini. E la musica random alla radio, in attesa della canzone giusta per raccontarmi il tragitto, per ricordarmi le sensazione, i pensieri di un momento. So che la musica che magari lì per lì sembra solo un sottofondo, un giorno potrebbe stupirmi ricordandomi non solo un viaggio, ma come mi sentivo, cosa provavo, accanto a chi erano i miei pensieri, a chi sono in questi giorni.
Respiro e cerco di trovare le parole per raccontare il viaggio, la notte, la musica, gli amici. Magari sarebbe più semplice leggermelo negli occhi, nei respiri. Certe sensazioni sono talmente piene, vicine alla propria natura che il desiderio di condivisione reciproca è appagato semplicemente dalla possibilità di esserci.
“Che paese è quel gruppo di luci laggiù?”
“Sono le fabbriche della Val di Sangro.”
Sono al lavoro a qualche kilometro da noi. Storie di persone che forse non conosco, di giorno mi sembrerebbero molto più estranee. Luci leggere in lontananza, un gruppo di amici a un passo da me, la musica come sottofondo. La notte è una città fatta di luci, e sembra appartenere a chiunque la può raccontare.

Low Light

domenica, 27 febbraio 2011 by

….Ci sono canzoni che sembrano raccontare una storia non troppo lontana, e storie che a raccontarle sembrano una canzone.

Come potrei non riconoscere il tuo modo di guardarti intorno senza girare il viso, gli occhi che superano la finta indifferenza oltre la curva del volto, e quel modo di piegare leggermente la testa verso la spalla….Come non fossero passati tutti questi anni, tu sei qui, a qualche metro da me, entrambi oltre il bancone, due ragioni diverse, due universi opposti e complementari che improvvisamente tornano a incrociarsi. E tutti i ricordi che pensavo fossero volati via mi fermano il tempo e lo sguardo, mi scompigliano i pensieri come un soffio di vento.
All’improvviso la città dove mi sono abituata a vivere torna estranea, e le strade lasciate alle spalle, il nostro bar, le nostre fughe in macchina, tutto così familiare.
Il motivo per cui ero andata via, tu che in quel piccolo paese eri una delle poche ragioni per restare tra le tante che per qualche tempo avevo allontanato per non andare via. Pensieri e cuori che si trovano, e poi in un attimo volano distanti. Quasi scompaiono. Così è stato per noi.
Finalmente cammini verso di me, e le nostre risate, le lunghe chiacchierate nascosti nella tua macchina, ogni singolo abbraccio e una insolita camminata notturna in mezzo alla neve che ci sentivamo solo noi, tutto riaffiora, come se le nostre pagine fossero le tracce che abbiamo lasciato sulla neve. Pensavo che tante cose per te non avevano un peso, o forse sì se sei qui, ma io giuro che ti avrei riconosciuto anche a occhi chiusi, nel profumo che ti respiravo addosso quando allontanavo lo sguardo dalla gente intorno e dal nostro paese, nascosta nella curva tra la tua spalla e il collo.
Tutto è qui, sei come un nome tracciato sul vetro appannato, ti è bastato tornare a respirarci perchè il tuo nome riaffiorasse nei miei pensieri.
Un saluto mancato, poteva essere un addio non voluto o un arrivederci incerto. Un abbraccio negato, una discussione. La sensazione di non avere ragione a pensare di poterti far stare bene, la sensazione, un’ennesima volta, che il nostro piccolo paese mi predicasse un destino solitario. E’ stato così tanto tempo fa, e le mie motivazioni granitiche diventano granelli di sabbia che mi scivolano tra le dita, ora che vorrei gridare il tuo nome, e darlo a questo luogo. Non avrei mai pensato di rivederti, che avresti potuto capire e provare a cercarmi in qualche modo.
Penso a quanto ho perso, vorrei aver conosciuto i luoghi che ti hanno visto e le donne che ti hanno accolto, i letti nei quali hai trovato un angolo di tranquillità passeggera, le canzoni che ti hanno fatto compagnia nelle tue fughe all’avventura delle quali non hai potuto rendermi complice. Penso a quanto abbiamo perso. E vorrei raccontarti come sono cambiata restando esattamente quella che ero, la sola differenza è che chi mi circonda non sa niente di me. Di fatto credo non interessi a nessuno chiedermi chi sono, ma ci sei tu che puoi raccontarmi, sei la risposta alle domande che non sento da tanto tempo, e io mi ritrovo come più mi piace guardarmi, negli occhi di un uomo a cui piace curiosare oltre il mio sguardo.
Non avrei pensato che saresti arrivato fin qui, che saresti tornato. Cuori e pensieri si trovano, e in un attimo volano distanti, quasi scompaiono. A volte si ritrovano.

                                    ********************************

Questo racconto è ispirato a una canzone che amo e che significa molto per me, “Elderly woman behind the counter in a small town”, dei Pearl Jam. Questa storia è un modo per raccontare il bene che voglio a una persona per me importante. Un zentito, affettuozo….ehm….un abbraccio.

Un’uscita di emergenza

domenica, 30 gennaio 2011 by

….Che non lasci tracce, come il vero amore secondo Cohen.

Nemmeno l’uomo più “grande e grosso” ha spalle abbastanza larghe per poter sorreggere da solo il peso dei ricordi.

Fine dei programmi, fine della serie TV a cui si era appassionato per qualche mese, il suo appuntamento serale, gli amici con cui rideva. Che c’è di grottesco? A chi non è capitato mai di trovarsi talmente solo da avere surrogati di socialità a un orario preciso, su un preciso canale? E sentirsi smarrito alla fine della serie, con una domanda tra tante, “A quando la prossima risata”?
Guardava il soffitto cercando di concentrarsi su qualche angolo di vuoto, difficile da individuare in mezzo a tutti i fermoimmagine pronti per essere avviati da un semplice attimo di distrazione.
Era tempo di uscire a fare due passi. Pioveva….Fosse stato un problema, ci avrebbe messo la firma per avere lunghe stagioni di pioggia, e lei di nuovo accanto a lui, nel loro letto sfatto, occhi rivolti alla finestra a guardare il grigio chiuso fuori, a fissare il rumore della pioggia, reciprocamente al riparo da qualsiasi pseudoguaio della vita, il loro abbraccio.
E invece, percorreva solo le strade della sua città, un piccolo universo calato nel traffico, tra il viavai di persone indaffarate, nemmeno il coraggio di guardarsi attorno per via della strana sensazione che la solitudine lo rendesse involontariamente più bravo a focalizzare le coppie intorno, e sembrava ci fosse solo quello per la città, solo gente innamorata e contenta. Seguiva il rincorrersi della sua ombra al passaggio sotto i lampioni, e si vedeva sempre più piccolo, sempre più stretto nelle spalle come se volesse nascondersi dentro di sè. Cercava di distrarsi ripensando a quante possibilità offrono le storie in certi film. Il primo raccontava di come sarebbe utile alla sopravvivenza poter cancellare i ricordi, come avrebbe potuto affrontare con più leggerezza i giorni senza trovarsi spiazzato dalla memoria. Fermo nella piazzetta nella parte vecchia della città, si stupiva di come anche gli spazi più sconfinati diventassero una piccola isola quando i ricordi ne definiscono i confini.
Tanto valeva arrendersi, come un uomo arrivato disarmato a un improrogabile duello.
“Quando si vuole uccidere un uomo bisogna colpirlo al cuore.” Diceva Ramón a Joe, e lei doveva aver imparato bene la lezione, e imbracciato un fucile.
Lei che nel suo sguardo tornava a essere lì, ferma ad aspettarlo, puntuale, sorridente, impaziente. Lei che all’improvviso era diventata distante persino quando la incrociava per caso, e aveva scritto la fine di una storia, portandosi via promesse e gli interrogativi di lui soffocati malamente in risposte affrettate, vaghe.
Magari era ora di rientrare, indeciso se valesse la pena strappare ancora minuti a quella giornata sperando in chissà quale ritorno, in una telefonata, un sms da non mancare, o smetterla di torturarsi aspettando chissà cosa….Di fatto, persino dormire era diventato scomodo, è quel che succede quando i sogni sono talmente più preferibili alla realtà che è da stupidi decidere di svegliarsi.
Era quello il pensiero che gli dava conforto, che cosa assurda, in mezzo a tanta vita, a tante possibilità, teneva gli occhi fissi sulla sua uscita di emergenza. “Dovrebbero inventare un’uscita di emergenza che ci permetta di svicolare fuori senza lasciare traccia, solo la meritata, appannata sensazione di un’assenza, qualcosa a cui non si sa nemmeno che nome dare.”
Aveva in mente tanti film quella sera, nel secondo un uomo incoraggiava una ragazza a restare, come una scelta che doveva a qualcuno che ancora doveva arrivare a incrociarla, qualcuno che rischiava di non trovarla in quel luogo e in quel giorno totalmente sconosciuti, in cui però si sarebbero incontrati, secondo quel signore.
Per quale ragione? Chi può dire con assoluta certezza se sia giusto restare o andare via? La vita aveva scelto abbastanza per lui, e lui aveva ancora la libertà di scegliere cosa fare della sua vita, in fondo l’unico che potesse sancire con un nome la sua storia era lui. Era stanco, sicuro che c’era un sogno accogliente tra le lenzuola, un abbraccio che non si sarebbe sciolto al risveglio.

Non so come nè quale fu il pensiero su cui chiuse il giorno, magari qualcosa di poetico ispirato a un film, qualcosa come “Quando mi ritrovai nella luce accecante del sole, uscendo dall’oscurità….” aveva in mente solo due cose, che a un duello con un avversario armato di fucile non ci si presenta con una pistola, e che i suoi sogni erano davvero avvolgenti e accoglienti come un abbraccio.

http://www.youtube.com/watch?v=gct6BB6ijcw
Per la traduzione, http://www.pearljamonline.it/traduzioni/lostdogs.htm#I
….Ogni storia ha una canzone che la racconta.

Coi pensieri sotto il braccio e qualche pagina tra i pensieri

mercoledì, 5 gennaio 2011 by

….Di sguardi reciproci, e storie che si raccontano in un dettaglio.

Aria fredda d’inverno, e cielo grigio come da copione. Sulla strada, accanto a un lampione, mozziconi di sigaro spenti sull’asfalto. A distanza di tempo, le si disegna tra i pensieri l’immagine di chi ancora sa riconoscere in quei dettagli silenziosi.
Un incontro, le parole, frammenti di ricordi che si ricongiungono, sembrano piccoli pezzi di vetro di un mosaico. Nel suo sguardo basso verso quel che resta di una solitaria fumata notturna, rivede lui, con le spalle rivolte alle finestre chiuse, già addormentate, alla casa dove stemperava e nutriva il sapore amaro dei suoi amori passati, sensazione di solitudine per un abbraccio a portata di mano, già lontano, temporanea distrazione erotica. Solo questo, è così che lui racconta a se stesso. E lei, lei che non sa cosa sia un attimo di distrazione a tempo determinato nè cosa sia l’apparenza di abbraccio, sa ritrovarlo per com’era, anche nell’assenza, e lui è lì che tira un’ultima boccata prima di andare via, illuminato dalla discrezione di un lampione, si stringe nelle spalle, nasconde le labbra e le parole nel bavero della giacca. Tonalità da film noir, il protagonista di quella notte, di quella strada, e lei sorride immaginandolo un po’ Lili Marleen, un po’ Humphrey Bogart. E lo vede mentre si allontana, dalla breve curva di un amplesso, apparenza di amore, di carezze, e nessuna traccia che resta, solo il mozzicone spento, premuto sull’asfalto.
Lei, capitata lì per caso, coi pensieri sotto il braccio e qualche pagina già scritta tra i pensieri, lei che aveva fatto tanto per scostare lo sguardo dai ricordi, si trovava con gli occhi sulla parentesi che li aveva visti vicini, insieme. Lei che camminava leggera, facendo della felicità un modo anziché una meta, lo aveva incrociato una sera di autunno, mentre stava seduto al tavolo di un bar a tirar fuori accordi dalla chitarra e a raccontare la sua vita come fosse una favola. La storia, la leggenda delle donne che volano. Le donne che non esistono. E quelle che esistono, quelle che camminano con passo sicuro sulla strada, seguendo la loro strada, sui mozziconi di sigaro di qualcuno che non provano interesse a conoscere.
Tra il caso e l’intenzione, era diventata la compagna del suo vagare, si teneva ancorata a terra facendosi tenere la mano, così vicina a lui, al suo viso, eppure non riusciva a trovarne lo sguardo, come se gli occhi di lui fossero volati via, chissà dove, chissà dietro a quale donna delle sue canzoni. Eppure lei era lì, e gli accarezzava l’aria stanca con le dita e le parole, e per qualche istante le linee del suo volto, quelle che le raccontavano la storia di lui, l’espressione disillusa, tutto diventava quiete, come una tempesta che si stempera nel mare, e lui si liberava del giorno addormentandosi nel suo abbraccio.
Un giorno, la ragazza che aveva il passo di una donna di Chagall, cercando il suo sguardo riuscì finalmente a farsi guardare. Lui semplicemente abbozzò un sorriso sincero, ma di nuovo volse gli occhi altrove, e le lasciò la mano.
Il silenzio freddo divenne giorni che andavano via, destinati a non ripetersi. E lui, distante, chissà dove, con la chitarra, la sua storia, e la leggenda delle donne che volano.
Inaspettatamente lei, con gli occhi sul sigaro spento, ritrovava quel giorno in cui lui, senza desiderio di stupore e senza coraggio di rischiare, aveva affondato l’incredulità su una donna che vola, come per alimentare la leggenda che andava cantando, per non rivedere il testo, per tenersi stretta una convinzione sicura al posto delle mani di lei.
E lei guardava le tracce di qualche notte prima, alle spalle sapeva di avere una donna “reale”, di quelle vere che calcano i tacchi sull’asfalto senza sentire freddo, credibile come cosce accoglienti, come un appartamento temporaneamente caldo, e fuori sulla porta la scritta “Si prega di non provare niente”.
Era lei a sospirare, ora, a stringersi nelle spalle, con i piedi premeva la terra sotto i suoi passi, e diventava fredda, come l’asfalto.
E lasciò accanto al mozzicone i suoi fogli, le sue storie, e tenne stretta solo la storia che le raccontava di lui, e con quella storia al caldo del suo abbraccio si sollevò un po’ dalla strada che non le apparteneva, per andarlo a cercare, perchè anche se lui non riusciva ancora a credere, lei era così, e a suo modo era reale.

Certe assenze non si colmano, restano dove sono, come sagome ritagliate tra le pagine di una storia. Non si colmano che con un ritorno. Reciproco.

                                    ********************************

Chiacchierando a svista tra discorsi seri e nonserietà di ogni genere, capita di fare domande un po’ impertinenti, e questa volta la domanda e una favoletta poco confortante ritrovata curiosando nell’etere sono diventate una storia in gran parte di fantasia, ma anche un modo per raccontarsi di sé e per raccontarsi gli altri. E ringrazio chi, magari confidando in me, mi ha distrattamente suggerito o forse esortata di proposito a inventarmi qualcosa in merito. E anche per avermi suggerito, trovandovi una qualche affinità di atmosfere, una canzone. Spirit in the Night.
http://www.youtube.com/watch?v=XyB-L4Jb0m4
….Con i miei auguri di Buon Anno, che possiate volervi bene e saper volere bene.

Come foglie bagnate in una stanza rossa d’autunno

martedì, 23 novembre 2010 by

….Quasi un racconto. Una storia distante almeno alcuni anni.

Torna con aria assorta a una domanda della notte passata. “Hai qualcuno con cui vorresti fare sesso, ma che non ti desidera?”. La sua risposta sicura era stata un No divertito e leggero quanto un Sì di qualche tempo prima. Storie distanti, apparentemente disgiunte, accomunate da una sensazione, come un dejà-vu. “So cosa posso ottenere, quale uomo rifiuterebbe una donna che lo desidera!?”….
Torna su quella risposta vanesia, affrettata. Di fatto ci sono tanti uomini che non ha ancora incrociato e che forse resterebbero affascinati dalla sicurezza e dai suoi racconti, dalle sue teorie sul possesso e la dedizione. Estranei, le persone che potenzialmente può ancora incrociare. E poi ci sono gli uomini che ha già conosciuto, quelli che non si ritrovano, quelli che se li sfiora con lo sguardo si scrollano di dosso la possibilità di ri-conoscerla come non ci fosse più nulla da vedere, sentire oltre i giorni passati. Lo sa, gli estranei sono persone che si possono ancora incontrare, potenzialmente. Quelli già incontrati, invece, sono estranei che non si incrociano più. Non sempre, quantomeno spesso.
Torna sulla medesima domanda, la leggerezza non le si addice, ama raccontarsi la verità, come un gesto apotropaico per scongiurare fraintendimenti.
“Mi sbagliavo. C’è chi ha già avuto quanto voleva e non penso mi vorrebbe ancora…. Sì, a pensarci bene c’è qualcuno che vorrei ma non penso che potrei avere ancora.”
Storie che si ripetono, cambiano i protagonisti, le parole recitate nel finale, ma lei non impara la parte e improvvisa, con rinnovata passione.
Quanto tempo per risollevarsi dalla solita, mai uguale sensazione che “questa volta non ce la faccio, non posso, mi manca troppo”. Il desiderio di lui che è andato via in un modo così ingiusto, senza gratitudine nè un sorriso, con la sua studiata noncuranza disegnata sulle labbra immobili. A volte un nuovo giro di giostra, frutto di lezioni non ancora imparate. Spesso, un volto nella folla di una piccola città nelle rare, rarissime volte in cui gli sguardi si incrociano, vuoti come specchi che si annullano, reciprocamente, senza nulla da voler riflettere.
Ogni tipo di rapporto prevede un doppio senso. I sensi unici alternati vanno bene solo per gestire il traffico stradale. E’ necessità di armonia, come fosse musica, ogni tipo di rapporto, qualunque sia.
La sicurezza di lei, quella con cui si alzava nuda dal letto del loro Universo nascosto in mezzo al movimento delle sere urbane, in un autunno insolito, sensuale, rosso di una stanza lontana dal tempo, tempo scandito da respiri e sguardi, note elettriche e crema di Whisky, tutto molto spleen, tutto molto retrò. Il loro stile, le sigarette, i silenzi, le français.
Personale ESpacetemps.
Camminava in equilibrio sulle foglie bagnate di un autunno che aveva la dimensione di un piccolo appartamento dove trovarsi, nascondersi e lasciare libere fantasie e suggestioni, e come cielo quell’angolo che la finestra della sala disegnava tra le stelle quando riscoprivano la città oltre le pareti, e la coinvolgevano, intenti a fumare, bere, chiacchierare. E ridere. Camminava sulle foglie bagnate, in punta dei piedi, in equilibrio sui tacchi dei suoi stivali neri.

Ora pensa alla risposta più corretta alle domanda della notte passata. E al peso dell’assenza, e spera di avere un peso almeno come assenza, dopo aver annullato il suo silenzioso esserci scrollando via le lacrime nascoste che lui non avrebbe sentito neppure se gli fossero piovute addosso. E’ acqua passata, che ha lavato via molto, tranne i ricordi e quella parte della loro storia comune, la parte scritta dai sensi e dalla condivisione. Storia che ora fa meno male, e lei può tornare a pensarci e sorriderne un po’.

L’importanza di sapersi raccontare, sfumare passioni, ritrovare dettagli, dare il giusto peso alle proprie pagine. A volte provo tenerezza, raccontandomi.

“C’era qualcosa di erotico in quel cupo cielo invernale, con quella fitta coltre di nuvole, il grigio, il vento freddo. Tutto sembrava fatto apposta per spingere a cercare la pelle dell’altro. In quel colore grigio sconfinato, veniva voglia di chiudersi a lungo in una stanza. E in quella stanza, abbandonarsi a un piacere senza limiti, come se fosse l’unico posto al mondo dove poterlo fare.”