Il Blog di ‘L’importante è avere un titolo’

Il sorriso del Natale

domenica, 25 dicembre 2011 by

[Recupero questo racconto scritto nel 2010  per augurare a voi un Buon Natale 2011 e per ringraziare chi ha creduto in me sempre, anche nei momenti più difficili. ]

IL SORRISO DEL NATALE

Era il Natale giusto nel posto sbagliato. Non sapeva perché ma aveva avuto quest’impressione mentre passeggiava nelle strade della città, una città irriconoscibile dove i palazzi sembravano vivi  e festosi, illuminati e addobbati com’erano.

“Pazzia, tutto questo via vai di persone impegnate compulsivamente a piacersi a vicenda, a cercare se stesse negli altri”. Un pensiero ricorrente che l’attanagliava. E lui dov’era? Anna voleva piacergli a tutti i costi, anche annullando la sua piccola vita, piccola agli occhi di chi non conosceva quell’immenso che aveva dentro e si portava lungo la strada. Si fermò davanti la vetrina di un negozio di abbigliamento e rimase a fissare quei manichini. Freddi, impassibili, vestiti a festa, contemplati da migliaia di occhi senza saperlo. Così per  un minuto immaginò tutti i punti che gli esseri umani avevano in comune con loro. Non erano pochi. Quello che più le faceva paura era la passività, il rimanere immobili mentre tutto andava così veloce. Anche il Natale stava passando ad essere non più un giorno fatto di tempo  per sé e per le persone amate ma un’estrema corsa contro il tempo, verso l’apparenza dimenticando la sostanza. Un giorno in cui i buonismi prevalgono sulla vera Bontà e la questione si riduce ad un “avere”. Fu interrotta nel suo movimentato pensiero da una bambina che le si appese al cappotto, dicendole “ Sei bella”. Aveva il sorriso dell’innocenza e della purezza, quel candore roseo, niente a che vedere con la freddezza di quelle sensazioni che stava provando. La bimba sorrise. Anna sorrise. La bimba si allontanò. Anna rimase ad ascoltare quel sorriso. La sua bellezza stava negli occhi che indagavano ogni angolo del mondo alla ricerca di un senso da dare all’Amore. Una missione vitale, per Anna, quasi una vocazione : la ricerca di quel senso. Illudersi di ritrovare quell’Amore che ogni mattina di Natale sentiva nella voce della nonna, quando le stringeva e sé e la baciava forte. Sapeva che non l’avrebbe mai più provato ma voleva solo che lui, quell’uomo capace di starle così vicino con l’Anima pur senza saperlo, le aprisse il suo cuore.

“Mostrami cosa c’è, tutto quello che hai” gli aveva sussurrato una sera mentre fuori pioveva e lui aveva reagito come uno di quei manichini in vetrina. Era una difesa e Anna lo sapeva bene, convinta che prima o poi sarebbe riuscita ad abbatterla. Rimase qualche minuto come incantata ad assaporare perlomeno mentalmente il momento in cui avrebbe vinto  il suo sorriso. Poi si voltò verso ciò che la circondava, quel frastuono e quel vocio confuso e riprese a camminare.

Musica

mercoledì, 10 agosto 2011 by

La musica è tutta intorno ed è invadente. Si prende gli spazi in questa festa e lascia che le gambe e le braccia inizino a muoversi fuori dal controllo. In men che non si dica, stiamo roteando io e te, al centro della stanza, a soli pochi metri di distanza. Così pochi che fanno paura, così pochi che a primo impatto dire quella parola li fa sembrare ancora più spaventosi.  Siamo circondati da una valanga di passi, tutti sullo stesso perimetro.  Stiamo roteando e non riusciamo a fermarci, ci sforziamo ma qualcosa ci inganna. Solo la violenza con la quale amiamo noi stessi basterebbe a farci perdere la testa.  C’è questa canzone che risuona in questa stanza e ripete “ Questo è l’unico tesoro che posso regalarti“.
“Non lasciare la mia mano”  narra.  C’è confusione tra questi manichini di ghiaccio e noi siamo a soli pochi metri,  pochi passi ancora e potremo salvarci.  Pochi metri e potrò riaverti.   I manichini di ghiaccio ballano ed io ho freddo, il sangue scorre troppo veloce e il mondo gira troppo lontano.
I manichini si mettono in mezzo tra noi e ci separano perché anche loro stanno ballando ma non sanno quanto male ci fanno.
Siamo così presi dalla grandezza delle cose che casa nostra ci sembra sempre la stessa.  Poi ci sono alcune persone che si sentono leader di una compagnia suprema e ti fanno sentire una formica.  Passiamo la notte a discutere di come si sia potuti arrivare a questo punto e in fondo sappiamo che intorno è tutto peggio di come lo vorresti ed è più bello di come ti aspettavi.  Forse la paura di affrontare un nemico,  la paura di perdere il niente che hai e che lentamente costruisci con orgoglio è troppo grande per noi.
E pensare che lo sanno tutti,  è una regola banale come la maiuscola dopo il punto e a capo.

Ad un certo punto tu ti siedi per terra,  in mezzo alla gente,  con la tua chitarra. Inizi a suonare un pezzo nuovo che ti è venuto in mente così, sul momento.  Tutti si fermano a guardarti come incantati e tu canti come se per te fosse la prima volta.  La musica riempie i vuoti e la solitudine che ci circonda.  Anche le persone intorno si siedono accanto a te,  anch’io mi siedo accanto a te.  La musica alla fine continua a farci roteare in questa stanza che ormai non conosce confini e noi non siamo altro che manichini di ghiaccio che non riescono a toccarsi senza rischiare di rompersi.

Vorrei essere per te come

mercoledì, 13 luglio 2011 by

Vorrei essere per te come

una festa di paese,

mentre attraversiamo gli sguardi instupiditi

e stanchi.

Il mio strano odore e le mie strane idee

tra le nostre lenzuola

saranno linfa vitale,

succo di mele.

Sanguineremo via da queste vene,

te lo prometto.

In un giorno di pace, sanguineremo via:

te lo prometto.

Senza attese

giovedì, 16 giugno 2011 by

Nel tempo lasciamo cose sospese a metà,senza naturali conclusioni e lezioni da imparare. Giochiamo a scambiare i tasselli di una composizione che non ci appartiene e lasciamo che il caso decida cosa è meglio per noi.  Questo breve ed approssimativo pezzo è dedicato ad un nuovo amico, semplicemente perchè mi ha fatto riflettere sulla complessità di pensieri banali, troppo difficili da metabolizzare.

Greta rimane seduta nella camera senza mobili esposta ad est. Il vento smuove delicato la tenda, il sole si siede sul davanzale.  Greta. La testa è inclinata , la sedia dondola, i pensieri oscillano, la bocca si schiude lenta, gli occhi ammiccano, le mani si appoggiano ai fianchi, la schiena è percorsa da un brivido. Precisa e ostinata, respira il ricordo del tempo rimasto sospeso e ascolta l’odore delle parole di un autunno frettoloso. Partiva, tornava, lasciava cadere valigie  piene di abiti scomodi e stanchi su un pavimento di domande che lui non faceva. ” E’ passato” e il tempo passa sui suoi piccoli piedi. Inizia a canticchiare qualcosa e le sue mani  le sfiorano i fianchi. Lui continua a schiarirsi la voce e lei sorride meschina, lo guarda, le piace e non parla. Lui e la sua chitarra, quattro birre, una notte. ” Perchè sei rimasta una sera, dannata?” Il tempo le sfibra i capelli ed esaspera le espressioni di un viso del quale non rimane più niente di dolce. Partire, tornare, lasciare lamenti e rimpianti in scatoloni ammassati in un’ umida cantina. La polvere deposita i suoi cattivi figli sulla superficie e pian piano penetra da una fessura rimasta inavvertitamente aperta.  Greta si accorge del danno ma la polvere violenta la sua memoria e lei immobile si abbandona all’ impalpabile declino dei suoi alibi.  Rimane distesa nel limbo a percorrere spazi. Senza speranze, senza promesse, senza le attese.

Ed eccomi

domenica, 29 maggio 2011 by

Non aspettava quell’incontro e pensava di non meritare una giornata del genere. Sapeva solo di aver aspettato anche troppo per prendere una decisione. La paura di scegliere era anche più forte di quella di sbagliare.

“Se ti va amami nell’ombra e aspettami”  le aveva detto lui, una sera che erano rimasti insieme, in una macchina parcheggiata nella notte.  Lei per un senso di fedeltà lo ascoltò e volle dare un senso a quelle parole.  Si mise  in una situazione  dove l’unica via di scampo era restare rintanata in una stanza ad aspettare il suono di un cellulare. Dunque,doveva amare ma non doveva farsi scoprire? Cosa c’era di tanto squallido nel volergli tenere la mano con tenerezza? “I gesti più semplici sono quelli che fanno più paura” pensò ma non gli diede peso e continuò a fingere che fosse davvero così.
Lui d’altro canto non la chiamava mai e la lasciava appesa ad un meraviglioso filo di seta. Mentre lei credeva di amare,lui non c’era. Non aveva tempo per quelle cose.
” Vado a fare un giro”. Lei prese le chiavi di casa e uscì dal portone.
Non aveva mai avuto un motivo per prendere l’automobile e viaggiare senza meta,consolandosi con il vuoto delle strade.  Cercava in ogni modo di lavare via la sua sfortuna, incolpando ora le circostanze ora i tempi che non coincidevano per giustificare quella mancanza di tatto e considerazione da parte di un uomo che non voleva essere un compagno. Quando si trovò a metà strada dalla città cercò il cellulare nella borsa e compose un numero.
“Dimmi”
“Che fai?”
“Sto lavorando”
“Posso passare un secondo?Hai voglia di vedermi?” ( perchè non andava bene ” ho voglia di vederti”. Suonava così infantile)
“Lasciami stare,io ho da fare”
Sterile e freddo come un tavolo operatorio,lasciò che il respiro di lei dall’altra parte del telefono si facesse leggero e spezzato.
“Fa niente” ripeteva a intervalli regolari.
“Fa niente,era tanto per dire” continuava a ripetere anche dopo aver messo giù la cornetta. Suonava come una beffa, un controsenso.
Arrivata in centro parcheggiò e, muovendosi sui tacchi che le massacravano i piedi, si avviò verso la piazza.
“Eccomi” disse timidamente.
“Finalmente sei arrivata!”
Quell”uomo le sfiorò le mani e la baciò in fronte.
Lei sorrise,lo guardò e capì che il suo posto non era il freddo dell’ombra ma il caldo del sole.

Lo zucchero è bianco

mercoledì, 11 maggio 2011 by

Parlava per ovvietà ed era ciò che gli riusciva meglio. Eccolo, l’uomo che crollava  sotto un foglio di carta. “ Se vuoi rimango” , ma lui non voleva che rimanesse. Tutto quel caos gli aveva messo addosso solo la voglia di tornare a casa per gettarsi sotto la doccia. L’acqua calda l’avrebbe avvolto ed avrebbe svolto il suo mestiere, trascinando via oltre la sporcizia accumulata nei pori, anche la purezza dello sguardo che quella sera lei gli aveva donato. Non era forse pronto per amare di nuovo degli occhi fragili? Versò nel suo bicchiere un po’ di vino bianco e rimase a fissare il tavolo da quattro posti vuoti. Sedie solitarie dagli schienali gelidi, parti di discorsi rimasti sospesi nell’aria di una cucina disabitata. Trovava quelle sere decisamente trash e cercava di riempirle con qualsiasi cosa non prevedesse interazioni sociali. Così accendeva la tv, si preparava un panino e si nascondeva nel divano.

“Chissà a cosa ha pensato in quel momento. E se sono diventata egocentrica io tutto d’un tratto o quella frase era proprio per me”, mentre il rumore del phon dentro un bagno piastrellato in blu accompagnava pensieri in sottofondo. Venti secondi di pioggia sottile e si lasciò  esistere, mentre appoggiava la punta del suo naso su un collo che per un momento rappresentò la perfezione del silenzio.

“Scendi che andiamo a prenderci una birra” . Risuonò l’invito del suo più caro amico e lui era in pigiama e pantofole. Cosa ne avrebbe detto se gliene avesse parlato? ( Ma chi può dirci che non l’abbia già fatto – suggerisce la voce narrante al malcapitato lettore). Forse l’avrebbe trovato diverso da come cercava di farsi vedere? “Non saprei ,non saprei” si ripeteva mentre scendeva le scale e si malediceva.

Molte volte ai due era venuto in mente di chiamarsi e di farsi delle domande ma nessuno di loro osava interrompere l’altro nella contemplazione del proprio percorso di vita. Insomma, una cosa risultava chiara: se quella sera non si fossero persi su una riva di un lago, con le rane che gracidavano e lei che non sapeva come muoversi, quante cose ovvie non avrebbero condiviso!

delle ossa rotte.

venerdì, 18 marzo 2011 by

Ogni tanto, ritrovarsi su un letto di sogni in frantumi con le ossa rotte per una catastrofe  preannunciata da un sospiro imprevisto. Non avere più parole da mettere per iscritto e lasciare che le dita affusolate si muovano agili su una tastiera di lettere e numeri che non potranno mai colmare quel vuoto che hai in testa e non riesci a dire. Indossare mille maschere per migliaia di persone diverse, toglierle tutte con l’unica che ami e tuttavia rischiare di non farti riconoscere. Camminargli davanti in punta piedi,nuda,in silenzio, tenendo le braccia perpendicolari al corpo, muovendoti a piccoli passi su un filo spinato di promesse infrante che si intrecciano tra loro e feriscono la carne. “Non avrei dovuto vederlo di nuovo” e invece l’hai rivisto e ora cerchi di fingere che non sia mai successo. Parole come al solito pesanti che rischiano di rimanere in uno spazio chiuso, ovattato e protetto da sguardi indiscreti.  Parole di pesi che ci dedichiamo giorno per giorno, che aspettano il momento giusto per dirsi una parola decisiva. Intanto il tempo passa e A. cresce nel frastuono della città che sempre più è chiamata a zittire il pensiero di chi l’abbraccia. Cercare del tempo per rinchiudersi nelle stanze della propria vita o nelle strade dove tutti si incontrano ma nessuno si guarda, omettere di raccontarsi gli attimi di una giornata ordinaria, sentirsi stanchi e allo stesso tempo completi e complici di un sistema che lentamente mira ad alienare le sensazioni. La sostanza diventa schiava della forma, i sentimenti diventano schiavi della necessità e A. diventa una schiava al servizio  di se stessa. Pesi piuma che si trasformano in macigni e volontà che si piegano a desideri di dubbia consistenza. Quanto conviene mettersi in gioco, nero su bianco? Quanto conviene fare un progetto,senza certezze? Quanto conviene sedersi l’uno di fronte all’altro, essere onesti e dirsi  “Ciao” o “Viviamo”? Rischiare di ritrovarsi con la schiena e il cuore a pezzi ma andare fino in fondo, crederci,  pentirsi e magari lasciarsi e insultarsi ma almeno, provarci?

La vincitrice morale

venerdì, 11 febbraio 2011 by

( e la morale della storia è sempre la stessa,essere vincitori mutilati del piacere della condivisione)

Una guerra

senza campi di battaglia,

solo fogli sparsi.

Umiltà e pazienza:

mi siedo con loro

al tavolo dei vincitori,

gli eterni perdenti.

Non è il momento?

domenica, 30 gennaio 2011 by

Ci aveva messo l’anima, il corpo e la passione per trovarsi lì, in quel momento. Lasciare quello che si conosce per andare verso il cambiamento è necessario. Di solito non se ne ha il coraggio per paura di giungere a conclusioni affrettate. Margherita però non aveva paura. Quando scese dal suo treno non sapeva bene che strada prendere. La confusione che regna delle stazioni ferroviarie è assimilabile a quel caos interiore che abbiamo quando un’emozione ci sconvolge. Fidanzati che faticavano a lasciarsi le mani, bambini che correvano in contro a padri che non vedevano da tempo madri che aiutavano i ragazzi in partenza per le città universitarie a caricare le valigie sul vagone. Infine c’era lei, con il suo borsone nero. Seppur stanca e provata dal lungo viaggio, rimaneva genuina nel suo volto. La pelle chiara e con qualche imperfezione descriveva perfettamente la sua giovane età. Non era eccessivamente magra ma sua madre, una donna critica e ferma, la descriveva come “ un manico di scopa”. Le guance rosee tradivano i suoi cambiamenti di umore e le mani composta da lunghe ed sottili dita definivano ancora di più quella figura caricaturale. Sapeva bene che non poteva fare di meglio e che pur indossando abiti non troppo aderenti  avrebbe comunque dato nell’occhio. Infatti si accorse che un uomo la stava fissando. Con lo sguardo percorreva quell’autostrada di fisico che si ritrovava ad avere, libero da ogni collina. Si sentì in forte imbarazzo ma non abbassò lo sguardo neanche quando l’uomo prese l’iniziativa e si avvicinò. Non era molto bello, non era troppo alto ma era affascinante. Morbosamente attraente. Avanzava lentamente e si fermò a una distanza di 5 passi dalla giovane ragazza, poi schiarendosi la voce iniziò a dire qualcosa.

“Sei molto carina, mi piace quel cappotto”

“Non sei originale, per niente. Piuttosto, dov’è l’uscita dal binario?”

L’uomo accennò una risata e indicò un cartello enorme con la scritta “ USCITA” proprio di fronte a lei. Margherita si sentì una stupida e cercò disperatamente di non darlo a vedere ma si tradì storcendo la bocca.

“Se vuoi, ti accompagno. Ho la macchina qui fuori”

“Come preferisci”

In effetti pioveva e non era una buona idea prendere i mezzi pubblici per arrivare al suo albergo, per cui optò per il fidarsi dello sconosciuto.

“Mi chiamo Michele, sono uno scrittore”

“Mi chiamo Margherita, sono una scrittrice”

Si guardarono un attimo fisso e si sentirono scomodi.

“ In realtà non è che sono proprio uno scrittore vero. Scrivo per passione ma lavoro in un ufficio. Passo tutto il giorno ad ascoltare i problemi dei miei colleghi e a compilare scartoffie che non mi interessano. Tu come mai ti trovi a Roma?”

“Io? Io sono partita con un sogno. Nel mio borsone ho un manoscritto e domani mattina ho un appuntamento con una Casa Editrice.”

“Interessante. Quindi sei solo di passaggio?”

“No, se va bene rimango”.

Rimanere lì, quanto lo avrebbe voluto. Per scrivere quell’abbozzo ci aveva messo due anni di duro sacrificio, tra un esame di Economia e l’altro. Chi studia quel genere di materie può capire quanto sia facile rischiare di farsi influenzare e perdere la bussola della propria creatività. Ti insegnano a ragionare per ipotesi, schemi, modelli astratti, grafici e quant’altro, tutte cose che a lungo andare intorpidiscono la mente e ti rendono schiavo di quel tipo di mentalità chiusa e prevedibile. Per la laurea c’era tempo ma non le importava troppo, voleva continuare ad assecondare la sua naturale inclinazione alla scrittura in modo ostinato. Nessuno della sua famiglia era a conoscenza di questo manoscritto, i suoi amici ignoravano la sua passione, lei stessa non si sarebbe mai sognata di mettere in piazza quel suo progetto.  Non tanto per la paura di un giudizio negativo,  quanto più per non rovinarsi quel momento.Sua madre le avrebbe detto di pensare a studiare  perché scrivere romanzi non porta pane a casa e una laurea in Economia, quella sì che le avrebbe garantito un futuro. Un giorno aveva provato a parlarle di una vaga idea che aveva, quella di scrivere un romanzo fatto di cinque racconti diversi ma con un filo invisibile che li legava tra loro. Lei ne aveva riso e voltandosi verso la finestra aveva esclamato “ Dai su, pensa alle cose serie”.Nonostante questo Margherita non si era persa d’animo e aveva continuato per la sua strada, alternando forti momenti di ispirazione ad altrettanti di demotivazione. Le capitava magari un’idea geniale mentre era in aula di lezione mentre tutto ascoltava tranne le parole del professore. Allora prendeva il suo taccuino e vi annotava qualcosa, senza farsi vedere dai compagni di corso. A volte non faceva in tempo a tornare a casa che un pensiero l’assaliva a un semaforo rosso in procinto di scattare sul verde.  Pensava a sua madre, forse lei non aveva mai avuto un sogno.Arrivarono all’albergo dopo neanche trenta minuti di discorsi banali e già sentiti. Lui le lasciò il suo numero e le augurò una buona fortuna, lei scettica sorrise e lo ringraziò. Salì nella sua camera e senza neanche mangiare un boccone, indossò il pigiama di flanella e si addormentò nello scomodo lettino.Il mattino seguente la sveglia suonò alle 7. Margherita balzò dal letto e si diresse verso il bagno. Preparò l’occorrente per una doccia veloce e dopo essersi spogliata, entrò nella cabina. Ci rimase per poco più di venti minuti e mentre l’acqua calda le scorreva sulla testa, passando sul viso e sulle labbra, mentalmente già percorreva la strada che avrebbe dovuto fare.Scese a colazione, pagò il conto della camera e con il suo borsone nero in spalla si diresse verso la fermata dell’autobus. L’orologio segnava le 8. Aveva l’appuntamento con quell’editore per le 10 e mezza, pensò che avrebbe fatto in tempo. Scese dal bus alle quinta fermata e imboccò una viuzza laterale. Trovò subito il portone del palazzo perché su di esso, alla sinistra, era affisso un cartello con la scritta non troppo evidente ma facilmente riconoscibile del nome della Casa Editrice che aveva in mano il suo Sogno. Suonò al citofono e rispose una donna dal tono acido invitandola a salire. Doveva arrivare fino al sesto piano ma non prese l’ascensore, salire le scale a piedi l’avrebbe aiutata a smaltire l’adrenalina dell’attesa. La segretaria dalla voce acida e con un neo su una guancia la invitò ad accomodarsi nel salottino allestito come sala d’attesa. A giudicare dalla non presenza di alcuno, Margherita pensò di essere fortunata. Sul tavolino di vetro a fianco prese una rivista, risalente all’anno 2003. In uno di questi articoli si parlava della fatica delle donne ad accontentarsi di un uomo “nella media”, desiderando per se stesse non si capisce cosa. Era più che evidente che a scrivere quell’articolo doveva essere stato un uomo deluso o frustrato.

-Che assurdità- si disse.

La segretaria dalla voce acida, il neo su una guancia e la camminata sbilenca finalmente l’annunciò. Margherita poggiò al volo la rivista, prese il manoscritto dal borsone e sistemandosi per l’ultima volta i capelli, si diresse verso l’ufficio.La donna che l’attendeva somigliava a un personaggio dei fumetti. Era piccola, occhialuta, con un rossetto violentemente rosso, delle mani decisamente volgari e fuori dall’ordinario. Quando Margherita entrò neanche alzò lo sguardo ma fece un gesto che avrebbe dovuto significare “Avanti” con la mano destra, tenendo stretta nell’altra un foglio.

“Così lei sarebbe la giovane che mesi fa ci ha inviato IL manoscritto” . Sottolineò quel “IL” con un tono isterico.

“Salve. Sì, mi ha chiamato la sua segretaria per darmi appuntamento e…”

“Sì, sì, andiamo al dunque” la interruppe. Margherita attendeva con ansia le parole di quella strana signora e si domandava se a giudicare dal suo atteggiamento frettoloso, non avesse avuto la stessa ansia nel leggere il suo libro.

Rimase seduta in silenzio ad aspettare per almeno trenta secondi, così la signora stramba iniziò a dire di quanto fossero arroganti i giovani di oggi nel credere che basti scrivere un “manoscrittino” ( lo definì proprio così ) per ritenersi degli scrittori. Ai tempi suoi – diceva – quanta gavetta dovevano fare prima che qualcuno prendesse in considerazione anche solo un racconto, scritto e sudato chissà dopo quanto tempo. Invece i giovani d’oggi – e doveva avercela pesante con lei e con le generazioni attuali perché coglieva una punta di astio ogni qualvolta che quell’espressione si posava sulla sua lingua – arrivano da lei con storie trite e ritrite, senza originalità, senza un corpo, un cuore né un’anima. Solo per vanità e riconoscimento personale. Andò avanti così passando da insulti velati e generici a smontare pezzo per pezzo quel manoscritto, leggendo ogni tanto degli estratti per renderli ridicoli.Mentre la donna stramba ragionava – si fa per dire- in questi termini, Margherita sembrava quasi aver perso il respiro. Continuava a guardarla negli occhi e le guance diventarono rosse ma sperò che non si notasse. La strega si interruppe nell’attesa forse di sentirsi dire un qualsiasi “Ma” dalla ragazza. Invece lei rimase compatta, si alzò composta dalla sedia e disse soltanto, tradita per un attimo nella voce da un tremolio “La ringrazio del suo tempo” e si voltò con dignità e contegno.

“Non ha nient’altro da aggiungere?” provocò la stramba signora un po’ strega.

“No. Potevo aspettarmelo. Può capitare”

“Hai stoffa “disse. “ Un’altra al posto tuo sarebbe scappata piangendo, almeno per orgoglio ferito. In questo mestiere non sempre arrivano applausi e contratti, a volte piovono massi. Volevo vedere la tua reazione, ti ho chiamata fin qui per questo. Non mi piace il tuo manoscritto, trovo sia troppo immaturo, disomogeneo e mancante di uno stile che lo contraddistingua. Roba già letta. Apprezzo la trama, però. Questo tema del sogno preponderante in tutti e i cinque i racconti, che si intrecciano tra loro come una maglia fitta quasi a voler incastrare il lettore. Torna domani, possiamo lavorarci su. Ora via, sparisci “.Detto questo, la segretaria dalla voce acida, il neo sulla guancia, la camminata sbilenca e la camicia celeste entrò nella stanza indicando a Margherita di seguirla.Uscita dal palazzo riprese a respirare. Non era andata come immaginava ma tutto sommato non poteva che essere fiera di sé. Si ricordò di Michele, il ragazzo che la sera prima l’aveva accompagnata all’albergo dalla stazione. Le venne in mente di chiamarlo. Michele non rispose. Chissà, ora che sapeva che probabilmente sarebbe rimasta a Roma almeno per quella settimana avrebbe potuto richiamarlo.Con il sorriso stampato sulle labbra, si allontanò dal quella via e si diresse verso la fermata dell’autobus. Il giorno, dalle premesse, si prospettava buono.

Michele quel giorno si svegliò di malumore. Non sapeva neanche lui il perché ma percepiva nell’aria qualcosa di strano. In canotta e boxer si diresse nella sua cucina e si preparò il caffè. Il cellulare era rimasto spento dalla sera prima, quando aveva accompagnato Margherita in albergo. Pensò che forse era il caso di accenderlo. Dopo pochi secondi, arrivò il messaggio della ragazza.“Ciao, ho provato a chiamarti ma il telefono risultava spento. Oggi sono stata dalla direttrice della Casa Editrice. Se vuoi, richiamami”. Michele sorseggiando il caffè pensò a quel bel paio di occhi di Margherita e decise di richiamarla.Non era un ragazzo che parlava molto. Dopo la fine della sua convivenza con Marianna, aveva lasciato perdere le donne. “Donne: ”- diceva- “esseri complicati senza un perché”. I suoi amici al bar raramente erano così sobri da cogliere una citazione così intelligente e continuavano a parlare di quanto fossero belle le ragazze che passavano davanti al locale.Michele era stato insieme a Marianna per 14 anni e non si ricordava più cosa significasse essere individuo singolo. Viveva la sua condizione di quasi-sposato come se fosse stata l’unica possibile. Non aveva hobby, interessi, non praticava sport. Niente di niente.Quando lei se ne andò con un ragazzo conosciuto per caso, gli rimase solo il miniappartamento dove vivevano. Tanto gli bastava. Voleva imparare a vivere solo. Mangiare da solo. Dormire da solo. Cambiare di nuovo la sua vita, quando credeva di essere a buon punto. Cambiare direzione, sentirsi di nuovo libero. Invece quella ragazza del giorno prima l’aveva turbato e lui era andato a letto con un mal di testa improponibile.Non aveva il coraggio di farsi domande. Afferrò solo il telefono e chiamò Margherita.Lei dalla voce sembrava entusiasta di sentirlo. Trovandosi sola in una città che non conosceva, avere un amico l’avrebbe aiutata.Invece Michele dall’altra parte del telefono sembrava di ghiaccio. Non voleva amici. Non voleva donne. Non era pronto.

Mattina,nodi e tarli.

lunedì, 24 gennaio 2011 by

La sveglia suonava puntualmente ogni mattina alle 8 e puntualmente ogni mattina, ignorava quel suono. Restava con gli occhi semiaperti a guardare la luce che penetrava appena dalla finestra di fronte. Pensava, in sequenza obbligata, a quattro cose: buona giornata, cuore; ringrazio Dio per essere qui a poterlo pensare; è ora che inizi la mia giornata ; vado a farmi un caffè. Poteva scriverci una poesia ma non sapeva farlo, così annotava quelle frasi su un’agenda di fianco al letto, tra i libri che voleva leggere. Poi ci pensava su per altri venti secondi se era o no il caso di abbandonare quelle morbide lenzuola e andare in cucina, dove di sicuro avrebbe trovato una temperatura nettamente inferiore. Mentre preparava la moka del caffè aveva un sorriso strano. C’era stato un periodo in cui aveva pensato che la vita, il suo senso e le persone potessero essere racchiuse in una foto. Erano tutti così maledettamente uguali, con i loro tagli di capelli e i colori diversi. Le ragazze li lasciavano crescere lunghi fin sotto le spalle, come a voler dimostrare la loro libertà nel saperli portare così. Poi arrivava un uomo che le distraeva dai loro progetti e nel silenzio di pochi ragionamenti confusi, quei capelli erano stati tagliati in nome di un imminente cambiamento. Tagliare con essi anche tutto ciò che si era. Cambiare persino colore per non doversi riconoscere ad uno specchio.  Lei era rimasta la stessa, la color biondo cenere di sempre e questo lasciava perplessi, perché cambiava e in pochi se ne accorgevano.  Partì così per un viaggio molto personale dove non c’era posto per  il rimorso ed il rancore ma lo spazio era riservato all’emozione e a tutto ciò che la poteva arricchire. Perse la sua verginità emozionale quando si innamorò di un uomo e fu capace di non pretendere niente, solo lasciò perdere la fretta e l’impazienza. Il limite più grande che aveva era non saper accettare i propri sentimenti, non voler ammettere i propri errori e non riconoscere i propri limiti. Voleva spiegarlo a  chi ogni giorno pensava che cambiando apparenza, avrebbe cambiato sostanza. Per questo sorrideva. Sapeva che non ci sarebbe riuscita ma voleva provarci lo stesso. Il caffè uscì proprio nel momento in cui si rendeva conto di aver partorito questo pensiero e accompagnandosi con movimenti lenti, prese la tazzina di porcellana con i disegni floreali per sorseggiare quella colazione così strana. Pensò che voleva mandargli un SMS e lo fece davvero. Che timore doveva avere? In quel viaggio non c’era spazio neanche per la paura. Seduta al tavolo della colazione, mentre assaporava il retrogusto amaro del caffè e mangiava un biscotto preso a caso nella busta, si chiese se per caso gli altri biscotti fossero gelosi di quello che ora si stava avvicinando alle sue labbra. A metà  di quel viaggio si sarebbe resa conto che non c’era neanche tempo da perdere ad essere gelosi di qualcosa che in realtà non possediamo. Qualcosa che desideriamo possedere. Niente di più malato di questo tarlo può insediarsi nella mente di chi ama: il desiderio di avere per sé, per il proprio piacere personale, dimenticando che ognuno porta sulle sue spalle un passato ed ha un presente composto di parole, sguardi e azioni che mai potremo controllare. Sapeva inoltre che la mattina, quando si svegliava, l’avrebbe voluto al suo fianco non per girarsi nel letto e controllare che fosse ancora con lei. Perché non aveva bisogno di voltarsi a vedere, lei l’aveva guardato quella sera e aveva capito che non se ne sarebbe andato, tanto bastava. In questo modo lui poteva essere anche distante, fuggiasco, nascosto, ma lei comunque l’avrebbe visto. Ed essere gelosa di uno sguardo di un’altra donna o di una mano che si poggiava sulla sua spalla con malizia non aveva senso, lui poteva essere con lei ogni volta che voleva, senza aver bisogno di guardarla, perché  sapeva.