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Undici settembre

domenica, 11 settembre 2011 by Silvia

….2001, 2011.

La televisione accesa, per caso, volume azzerato. Le finestre aperte su Via San Vitale, le prime oziose ore del pomeriggio di una calda giornata qualunque nella mia settimana di trasferta bolognese. Di passaggio davanti alla TV, una scena da film, un grattacielo che fuma da un lato. Resto ferma, cerco di capire di cosa si tratti, se dell’ennesimo film catastrofico o di immagini tratte da chissà dove che raccontano la cronaca della mattina di chissà quale città non italiana. Non so per quale ragione, l’ultimo dei miei pensieri è prendere il telecomando e alzare l’audio, ma forse nemmeno c’era la telecronaca, forse erano immagini senza commento in attesa di una qualche spiegazione. Arriva il mio ragazzo di dieci anni fa, si ferma anche lui davanti allo schermo, a un passo da me, restiamo in piedi a guardare delle immagini senza avere la minima idea di cosa stiano raccontando. Mi chiede di cosa si tratti, ammetto che non sto capendo un granchè, e all’improvviso un aereo compare in quella scena apparentemente immobile. Pensiamo che passerà vicino ai grattacieli, che non c’è nulla di ostile…. e invece, taglia uno dei due grattacieli, una scena completamente fuori dall’immaginazione, da qualsiasi possibile previsione. Solo una voce di stupore, io e lui ci chiediamo se magari sia stato involontario, un impatto dovuto al fumo, quel fumo che già si levava prima dello schianto, dovuto a chissà quale precedente incidente. Col passare dei minuti le informazioni si fanno più precise o forse semplicemente io e lui prestiamo più attenzione, cerchiamo qualche risposta e ascoltiamo cosa sta accadendo, è accertato che non è un film, che la città è New York, che il fumo era dovuto a un precedente impatto, un primo aereo probabilmente dirottato contro una delle due torri del World Trade Center e che con buone probabilità il secondo schianto non è casuale. I minuti scorrono veloci per quanto tutto sembri immobile, una fredda scena esterna di due grattacieli in  fiamme, non c’è bisogno di vedere cosa accade dentro per poterlo immaginare, per capire, per provare un senso di dolore per chi sta cercando di salvare la propria vita, e magari quella di altri, e frustrazione per l’impossibilità di dare una mano, in qualunque modo. Dalla TV sembra che tutto quel disastro non faccia alcun rumore, persino il grattacielo che si ripiega su se stesso e finisce a terra in macerie sembra un palazzo di carte, un gigante di cristallo che cade in ginocchio trascinandosi giù tutte le vite, tutti i nomi che erano al suo interno, in quella che doveva essere una tranquilla, ordinaria mattina di lavoro e faccende quotidiane varie ed eventuali. Chi abbia voluto tutto questo, chi ne ha la colpa, chi merita di essere giustiziato…. in quel momento c’è solo chi era dentro, chi sta lottando per salvarsi, chi già sta scavando per salvare chiunque possa essere salvato, in qualunque modo, chi ingiustamente ha lasciato una vita in sospeso perchè pensava di avere ancora una vita davanti. Non so quanto tempo siamo rimasti fermi, in piedi, a un metro dal televisore. Quasi fosse ingiusto, offensivo voltare le spalle, fosse anche solo per andare a sedersi un attimo sul divano. Il secondo gigante va giù, si apre il cielo alle spalle di quel disastro, ai piedi delle Twin Towers uomini molto più piccoli dei blocchi di cemento cercano di sentire una voce tra le macerie, un respiro, portano via superstiti, estranei che si asciugano vicendevolmente le lacrime. Chiamo casa, torno alla mia quotidianità, quasi imbarazzante in quel frangente, chiedo cosa sanno, se hanno visto, speriamo che non succeda altro, è abbastanza. Sarebbe stato abbastanza anche se ci fosse stata un’unica vittima. Perdono la vita 2752 persone.
La sera, usciamo per Bologna, andiamo a cena in una taverna poco lontano dalla casa di quello che era il mio ragazzo, nel 2001. Vuole farmi assaggiare pasta con ragù alla bolognese e un vino chiamato Cagnina. Al tavolo, una ragazza ci regala una copia dell’edizione straordinaria de Il Resto del Carlino. Ancora la conservo tra i miei libri, il ricordo di una storia che sarebbe finita a un mese di distanza dall’11 settembre.
Il ricordo di una pagina di storia del nostro tempo.

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/6/6b/911_victims.jpg
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/fe/September_14_2001_Ground_Zero_02.jpg

Nothingman

domenica, 17 luglio 2011 by Silvia

….Still here.

Lei lo chiamò. Si intuiva un finale sbrigativo in quella promettente sera di inizio estate. Una spiegazione affrettata, il semplice aggrapparsi a qualcosa di insignificante per addossargli anche la colpa, scrollarsela di dosso e derubarlo persino della verità, facile nuda e scarsamente incline alle obiezioni. Nessuna sorpresa. C’è qualcosa di animalesco nel nostro grado di civiltà che ci permette di annusare i cambiamenti, di provare a avanzare una domanda retorica del tipo “E’ una mia sensazione o….”, e sapere che il silenzio a cui ci troviamo costretti si inasprirà fino a diventare un’arma a doppio taglio. La storia si scrive alla fine, e quella storia la avrebbero scritta gli insulti conclusivi di lei. Lui la salutò, tra punti di vista diametralmente opposti a quelli che si raccontavano in passato, la salutò chiedendole di essere fortunata. E una volta che lei gli chiuse per l’ennesima volta la conversazione in faccia come ogni volta che lui aveva bisogno di parlare, trovò da ridere per quella parola, “fortunato”. Cosa ne sapeva lui di fortuna? Eppure, ci vorrebbe proprio, di esserlo ogni tanto, invece di dover andare in cerca di una precaria felicità lasciando la porta aperta.
Rimase immobile sul bordo del letto, su un bordo qualsiasi, a ripercorrere la memoria della loro storia precaria, il modo in cui si erano trovati raccontandosi di fiducia e speranze mancate, e anche se si aggiravano distanti da chiunque, come ombre di amanti, avevano avuto la possibilità di stare bene, di ridere, di alleggerire il carico delle sconfitte con il loro breve trovarsi, di condividere momenti semplici, unici. Un amplesso è qualcosa che può ripetersi, la complicità di un abbraccio lascia tracce più indelebili. Uno scambio di confidenze sotto la pioggia, un regalo inaspettato, una carezza, uno sguardo che scorge una lacrima passata sotto silenzio e la trasforma in un sorriso. Non sapeva cosa farsene, di fatto a chi poteva importare, nessuno sapeva niente, non poteva neppure raccontarla, quella donna che improvvisamente avrebbe voluto non avere conosciuto, che gli appariva così simile a tutti gli uomini che lei biasimava, così simile alle donne di cui lui le raccontava.
Potrebbe raccontarsi una bugia, che tra qualche mese starà bene, potrebbe andare a cercarsi un letto dove addormentarsi in un  abbraccio, e immaginarsi tra le braccia di lei. La loro condizione a tempo determinato, la coscienza che sarebbe arrivata la fine non alleggeriva la serata. Non così, poteva finire con uno sguardo, con un sorriso affettuoso, come era iniziata. Senza certezze, anche il finale.
Si sarebbe raccontato che di lì a qualche mese sarebbe stato bene, che sarebbe stato a bere whisky al bar e avrebbe incrociato lo sguardo di lei come fosse uno sguardo senza nessuna storia dentro. Poteva già berci su, il bicchiere che non era mai riuscito a offrirle. E accettare come era andata. Di fatto, non si può rimangiare quanto è stato, e anche se gli sembrava di avere avuto una storia qualunque, i ricordi, i bei ricordi gli ridevano in faccia la sua incapacità di rimaneggiare il passato. Continuò a bere per tutta la notte, a guardare oltre la finestra, una città che sembrava un mare fatto di luci, a guardare il telefono pensando di staccarlo, almeno avrebbe potuto raccontarsi che forse lei lo aveva cercato, si promise di cancellare le sue tracce, si rese conto di non averla mai abbracciata nella vita reale, per strada, come potrebbe chiunque, come lei non voleva. Prima o poi sarebbe crollato, nel senso che avrebbe pianto o solo che si sarebbe addormentato. Prima o poi avrebbe posato il bicchiere e ritrovato il coraggio di affogare in fondo allo stomaco la paura di un’altra sconfitta, e correre un rischio.
Sguardi distanti, ricordi?
Per ora basta così. Non ho mai conosciuto un lieto fine e in questo momento non saprei lavorare di fantasia. Magari, non saprei dire quando, magari qualcosa da raccontare.

http://www.youtube.com/watch?v=mCpzgcH0QBE

Come una canzone in MacDougal Street

martedì, 28 giugno 2011 by Silvia

….C’è della musica per raccontarsi un po’, sulla strada.

C’è una promessa  accanto a cui dormo questa notte, non ne conosco le coordinate
le parole accoglienti sono di ieri o per domani
e per questo a volte mi nascondo da quanto è stato
e quando trovo il coraggio cancello le tracce, per quanto siano il solo abbraccio che conosco da un po’
e per lo stesso motivo metto da parte la fiducia nei verbi al futuro
sembrano la vuota rassicurazione di una madre a un bambino che ha occhi ancora troppo grandi
per difendersi dalla realtà.
C’è una promessa senza una data che viaggia sul sedile passeggero
occasionale compagna di questo silenzioso vagare
trascinando speranze fino all’alba per non vederle tramontare
o per non vederle rinascere al mattino, tenero e sorridente specchio di una sconfitta
C’è un semaforo che lampeggia sulla mia corsia
e con la testa piegata per guardarlo mi brilla negli occhi la luce verde accanto
e macchine che si allontanano sul loro rettilineo
inseguo curve, non c’è un dove certo ma solo il come
quando la strada diventa un posto accogliente e la distanza un modo di esserci
C’è un bicchiere familiare, quasi vuoto tra le mani
lascia tracce a forma di bacio sulle labbra
e il sapore come un ricordo, a bocca chiusa
guardo anelli di fumo prendere il volo, ci scrivo dentro una storia
la mia voce sommessa simile a uno sguardo furtivo diventa racconto su un pezzo di carta
musica scritta negli spazi fermi tra le corde
Cantami la mia storia, è la storia di quegli avventori della vita
che scelgono di continuare a proteggere nascosto in fondo allo stomaco,
nelle pause di una canzone da MacDougal Street
il loro impolverato, dignitoso credere.

La notte è una città fatta di luci

domenica, 29 maggio 2011 by Silvia

….Di quelle notti che è quasi estate, che anche se non ci sono i lampioni a raccontarti la strada basta il cielo.

Mentre ci allontaniamo dal bar, qualcuno dice che “la parte migliore di un viaggio è il viaggio”. Il modo di pensare la vita applicato al tragitto che ci porta a una festa. Non ho dubbi, penso. Di notte, poi, quelle notti che è quasi estate, che anche se non ci sono i lampioni a raccontarti l’asfalto basta il cielo. E i finestrini abbassati perchè l’aria della strada, come le parole, come gli sguardi senza bisogno di parole, sono parte importante del viaggio. Me ne rendo conto quando ci penso qualche tempo dopo, e non è solo memoria, ma storia scritta con tutti i sensi.
Da piccola, mio padre mi diceva che i lampioni gialli indicano le strade principali, come le autostrade. Non mi sono mai chiesta se fosse vero, quando guardo le luci di notte penso che sia semplicemente così, che dove ci sono lampioni gialli parte qualche tragitto importante, di quelli che vedono vite scorrere addosso come se il viaggio fosse un movimento costante.
E mi fermo a guardare un gruppo di luci lontane da noi. Le città di notte sembrano tutte un miraggio, per me che non so distinguere un paese dall’altro. Chissà se ci vedono da laggiù. La curva morbida della montagna solo un po’ più blu del cielo. La solita luce rossa pulsante in cima a un’altura. Piccoli gruppi di case con la loro illuminazione discreta, fanno un figurone a vederle da qui, sembra di guardare il paesello più accogliente che si possa raggiungere. Di giorno, da lontano, sembra tutto più fermo, distante, meno colorato, la notte ha qualcosa di morbido che riesce a sfumare gli aspetti troppo concreti del giorno. C’è bisogno di uno spazio per respirare, per riconoscersi, per raccontarsi. E la notte ha i suoi tempi generosi abbastanza da poter indugiare su un panorama che sembra nuovo da un nuovo punto di vista. Uno di quei panorami che quando viaggio di notte sono una confortante compagnia, come un’onda che mi segue oltre i finestrini. E la musica random alla radio, in attesa della canzone giusta per raccontarmi il tragitto, per ricordarmi le sensazione, i pensieri di un momento. So che la musica che magari lì per lì sembra solo un sottofondo, un giorno potrebbe stupirmi ricordandomi non solo un viaggio, ma come mi sentivo, cosa provavo, accanto a chi erano i miei pensieri, a chi sono in questi giorni.
Respiro e cerco di trovare le parole per raccontare il viaggio, la notte, la musica, gli amici. Magari sarebbe più semplice leggermelo negli occhi, nei respiri. Certe sensazioni sono talmente piene, vicine alla propria natura che il desiderio di condivisione reciproca è appagato semplicemente dalla possibilità di esserci.
“Che paese è quel gruppo di luci laggiù?”
“Sono le fabbriche della Val di Sangro.”
Sono al lavoro a qualche kilometro da noi. Storie di persone che forse non conosco, di giorno mi sembrerebbero molto più estranee. Luci leggere in lontananza, un gruppo di amici a un passo da me, la musica come sottofondo. La notte è una città fatta di luci, e sembra appartenere a chiunque la può raccontare.

Low Light

domenica, 27 febbraio 2011 by Silvia

….Ci sono canzoni che sembrano raccontare una storia non troppo lontana, e storie che a raccontarle sembrano una canzone.

Come potrei non riconoscere il tuo modo di guardarti intorno senza girare il viso, gli occhi che superano la finta indifferenza oltre la curva del volto, e quel modo di piegare leggermente la testa verso la spalla….Come non fossero passati tutti questi anni, tu sei qui, a qualche metro da me, entrambi oltre il bancone, due ragioni diverse, due universi opposti e complementari che improvvisamente tornano a incrociarsi. E tutti i ricordi che pensavo fossero volati via mi fermano il tempo e lo sguardo, mi scompigliano i pensieri come un soffio di vento.
All’improvviso la città dove mi sono abituata a vivere torna estranea, e le strade lasciate alle spalle, il nostro bar, le nostre fughe in macchina, tutto così familiare.
Il motivo per cui ero andata via, tu che in quel piccolo paese eri una delle poche ragioni per restare tra le tante che per qualche tempo avevo allontanato per non andare via. Pensieri e cuori che si trovano, e poi in un attimo volano distanti. Quasi scompaiono. Così è stato per noi.
Finalmente cammini verso di me, e le nostre risate, le lunghe chiacchierate nascosti nella tua macchina, ogni singolo abbraccio e una insolita camminata notturna in mezzo alla neve che ci sentivamo solo noi, tutto riaffiora, come se le nostre pagine fossero le tracce che abbiamo lasciato sulla neve. Pensavo che tante cose per te non avevano un peso, o forse sì se sei qui, ma io giuro che ti avrei riconosciuto anche a occhi chiusi, nel profumo che ti respiravo addosso quando allontanavo lo sguardo dalla gente intorno e dal nostro paese, nascosta nella curva tra la tua spalla e il collo.
Tutto è qui, sei come un nome tracciato sul vetro appannato, ti è bastato tornare a respirarci perchè il tuo nome riaffiorasse nei miei pensieri.
Un saluto mancato, poteva essere un addio non voluto o un arrivederci incerto. Un abbraccio negato, una discussione. La sensazione di non avere ragione a pensare di poterti far stare bene, la sensazione, un’ennesima volta, che il nostro piccolo paese mi predicasse un destino solitario. E’ stato così tanto tempo fa, e le mie motivazioni granitiche diventano granelli di sabbia che mi scivolano tra le dita, ora che vorrei gridare il tuo nome, e darlo a questo luogo. Non avrei mai pensato di rivederti, che avresti potuto capire e provare a cercarmi in qualche modo.
Penso a quanto ho perso, vorrei aver conosciuto i luoghi che ti hanno visto e le donne che ti hanno accolto, i letti nei quali hai trovato un angolo di tranquillità passeggera, le canzoni che ti hanno fatto compagnia nelle tue fughe all’avventura delle quali non hai potuto rendermi complice. Penso a quanto abbiamo perso. E vorrei raccontarti come sono cambiata restando esattamente quella che ero, la sola differenza è che chi mi circonda non sa niente di me. Di fatto credo non interessi a nessuno chiedermi chi sono, ma ci sei tu che puoi raccontarmi, sei la risposta alle domande che non sento da tanto tempo, e io mi ritrovo come più mi piace guardarmi, negli occhi di un uomo a cui piace curiosare oltre il mio sguardo.
Non avrei pensato che saresti arrivato fin qui, che saresti tornato. Cuori e pensieri si trovano, e in un attimo volano distanti, quasi scompaiono. A volte si ritrovano.

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Questo racconto è ispirato a una canzone che amo e che significa molto per me, “Elderly woman behind the counter in a small town”, dei Pearl Jam. Questa storia è un modo per raccontare il bene che voglio a una persona per me importante. Un zentito, affettuozo….ehm….un abbraccio.

Un’uscita di emergenza

domenica, 30 gennaio 2011 by Silvia

….Che non lasci tracce, come il vero amore secondo Cohen.

Nemmeno l’uomo più “grande e grosso” ha spalle abbastanza larghe per poter sorreggere da solo il peso dei ricordi.

Fine dei programmi, fine della serie TV a cui si era appassionato per qualche mese, il suo appuntamento serale, gli amici con cui rideva. Che c’è di grottesco? A chi non è capitato mai di trovarsi talmente solo da avere surrogati di socialità a un orario preciso, su un preciso canale? E sentirsi smarrito alla fine della serie, con una domanda tra tante, “A quando la prossima risata”?
Guardava il soffitto cercando di concentrarsi su qualche angolo di vuoto, difficile da individuare in mezzo a tutti i fermoimmagine pronti per essere avviati da un semplice attimo di distrazione.
Era tempo di uscire a fare due passi. Pioveva….Fosse stato un problema, ci avrebbe messo la firma per avere lunghe stagioni di pioggia, e lei di nuovo accanto a lui, nel loro letto sfatto, occhi rivolti alla finestra a guardare il grigio chiuso fuori, a fissare il rumore della pioggia, reciprocamente al riparo da qualsiasi pseudoguaio della vita, il loro abbraccio.
E invece, percorreva solo le strade della sua città, un piccolo universo calato nel traffico, tra il viavai di persone indaffarate, nemmeno il coraggio di guardarsi attorno per via della strana sensazione che la solitudine lo rendesse involontariamente più bravo a focalizzare le coppie intorno, e sembrava ci fosse solo quello per la città, solo gente innamorata e contenta. Seguiva il rincorrersi della sua ombra al passaggio sotto i lampioni, e si vedeva sempre più piccolo, sempre più stretto nelle spalle come se volesse nascondersi dentro di sè. Cercava di distrarsi ripensando a quante possibilità offrono le storie in certi film. Il primo raccontava di come sarebbe utile alla sopravvivenza poter cancellare i ricordi, come avrebbe potuto affrontare con più leggerezza i giorni senza trovarsi spiazzato dalla memoria. Fermo nella piazzetta nella parte vecchia della città, si stupiva di come anche gli spazi più sconfinati diventassero una piccola isola quando i ricordi ne definiscono i confini.
Tanto valeva arrendersi, come un uomo arrivato disarmato a un improrogabile duello.
“Quando si vuole uccidere un uomo bisogna colpirlo al cuore.” Diceva Ramón a Joe, e lei doveva aver imparato bene la lezione, e imbracciato un fucile.
Lei che nel suo sguardo tornava a essere lì, ferma ad aspettarlo, puntuale, sorridente, impaziente. Lei che all’improvviso era diventata distante persino quando la incrociava per caso, e aveva scritto la fine di una storia, portandosi via promesse e gli interrogativi di lui soffocati malamente in risposte affrettate, vaghe.
Magari era ora di rientrare, indeciso se valesse la pena strappare ancora minuti a quella giornata sperando in chissà quale ritorno, in una telefonata, un sms da non mancare, o smetterla di torturarsi aspettando chissà cosa….Di fatto, persino dormire era diventato scomodo, è quel che succede quando i sogni sono talmente più preferibili alla realtà che è da stupidi decidere di svegliarsi.
Era quello il pensiero che gli dava conforto, che cosa assurda, in mezzo a tanta vita, a tante possibilità, teneva gli occhi fissi sulla sua uscita di emergenza. “Dovrebbero inventare un’uscita di emergenza che ci permetta di svicolare fuori senza lasciare traccia, solo la meritata, appannata sensazione di un’assenza, qualcosa a cui non si sa nemmeno che nome dare.”
Aveva in mente tanti film quella sera, nel secondo un uomo incoraggiava una ragazza a restare, come una scelta che doveva a qualcuno che ancora doveva arrivare a incrociarla, qualcuno che rischiava di non trovarla in quel luogo e in quel giorno totalmente sconosciuti, in cui però si sarebbero incontrati, secondo quel signore.
Per quale ragione? Chi può dire con assoluta certezza se sia giusto restare o andare via? La vita aveva scelto abbastanza per lui, e lui aveva ancora la libertà di scegliere cosa fare della sua vita, in fondo l’unico che potesse sancire con un nome la sua storia era lui. Era stanco, sicuro che c’era un sogno accogliente tra le lenzuola, un abbraccio che non si sarebbe sciolto al risveglio.

Non so come nè quale fu il pensiero su cui chiuse il giorno, magari qualcosa di poetico ispirato a un film, qualcosa come “Quando mi ritrovai nella luce accecante del sole, uscendo dall’oscurità….” aveva in mente solo due cose, che a un duello con un avversario armato di fucile non ci si presenta con una pistola, e che i suoi sogni erano davvero avvolgenti e accoglienti come un abbraccio.

http://www.youtube.com/watch?v=gct6BB6ijcw
Per la traduzione, http://www.pearljamonline.it/traduzioni/lostdogs.htm#I
….Ogni storia ha una canzone che la racconta.

Coi pensieri sotto il braccio e qualche pagina tra i pensieri

mercoledì, 5 gennaio 2011 by Silvia

….Di sguardi reciproci, e storie che si raccontano in un dettaglio.

Aria fredda d’inverno, e cielo grigio come da copione. Sulla strada, accanto a un lampione, mozziconi di sigaro spenti sull’asfalto. A distanza di tempo, le si disegna tra i pensieri l’immagine di chi ancora sa riconoscere in quei dettagli silenziosi.
Un incontro, le parole, frammenti di ricordi che si ricongiungono, sembrano piccoli pezzi di vetro di un mosaico. Nel suo sguardo basso verso quel che resta di una solitaria fumata notturna, rivede lui, con le spalle rivolte alle finestre chiuse, già addormentate, alla casa dove stemperava e nutriva il sapore amaro dei suoi amori passati, sensazione di solitudine per un abbraccio a portata di mano, già lontano, temporanea distrazione erotica. Solo questo, è così che lui racconta a se stesso. E lei, lei che non sa cosa sia un attimo di distrazione a tempo determinato nè cosa sia l’apparenza di abbraccio, sa ritrovarlo per com’era, anche nell’assenza, e lui è lì che tira un’ultima boccata prima di andare via, illuminato dalla discrezione di un lampione, si stringe nelle spalle, nasconde le labbra e le parole nel bavero della giacca. Tonalità da film noir, il protagonista di quella notte, di quella strada, e lei sorride immaginandolo un po’ Lili Marleen, un po’ Humphrey Bogart. E lo vede mentre si allontana, dalla breve curva di un amplesso, apparenza di amore, di carezze, e nessuna traccia che resta, solo il mozzicone spento, premuto sull’asfalto.
Lei, capitata lì per caso, coi pensieri sotto il braccio e qualche pagina già scritta tra i pensieri, lei che aveva fatto tanto per scostare lo sguardo dai ricordi, si trovava con gli occhi sulla parentesi che li aveva visti vicini, insieme. Lei che camminava leggera, facendo della felicità un modo anziché una meta, lo aveva incrociato una sera di autunno, mentre stava seduto al tavolo di un bar a tirar fuori accordi dalla chitarra e a raccontare la sua vita come fosse una favola. La storia, la leggenda delle donne che volano. Le donne che non esistono. E quelle che esistono, quelle che camminano con passo sicuro sulla strada, seguendo la loro strada, sui mozziconi di sigaro di qualcuno che non provano interesse a conoscere.
Tra il caso e l’intenzione, era diventata la compagna del suo vagare, si teneva ancorata a terra facendosi tenere la mano, così vicina a lui, al suo viso, eppure non riusciva a trovarne lo sguardo, come se gli occhi di lui fossero volati via, chissà dove, chissà dietro a quale donna delle sue canzoni. Eppure lei era lì, e gli accarezzava l’aria stanca con le dita e le parole, e per qualche istante le linee del suo volto, quelle che le raccontavano la storia di lui, l’espressione disillusa, tutto diventava quiete, come una tempesta che si stempera nel mare, e lui si liberava del giorno addormentandosi nel suo abbraccio.
Un giorno, la ragazza che aveva il passo di una donna di Chagall, cercando il suo sguardo riuscì finalmente a farsi guardare. Lui semplicemente abbozzò un sorriso sincero, ma di nuovo volse gli occhi altrove, e le lasciò la mano.
Il silenzio freddo divenne giorni che andavano via, destinati a non ripetersi. E lui, distante, chissà dove, con la chitarra, la sua storia, e la leggenda delle donne che volano.
Inaspettatamente lei, con gli occhi sul sigaro spento, ritrovava quel giorno in cui lui, senza desiderio di stupore e senza coraggio di rischiare, aveva affondato l’incredulità su una donna che vola, come per alimentare la leggenda che andava cantando, per non rivedere il testo, per tenersi stretta una convinzione sicura al posto delle mani di lei.
E lei guardava le tracce di qualche notte prima, alle spalle sapeva di avere una donna “reale”, di quelle vere che calcano i tacchi sull’asfalto senza sentire freddo, credibile come cosce accoglienti, come un appartamento temporaneamente caldo, e fuori sulla porta la scritta “Si prega di non provare niente”.
Era lei a sospirare, ora, a stringersi nelle spalle, con i piedi premeva la terra sotto i suoi passi, e diventava fredda, come l’asfalto.
E lasciò accanto al mozzicone i suoi fogli, le sue storie, e tenne stretta solo la storia che le raccontava di lui, e con quella storia al caldo del suo abbraccio si sollevò un po’ dalla strada che non le apparteneva, per andarlo a cercare, perchè anche se lui non riusciva ancora a credere, lei era così, e a suo modo era reale.

Certe assenze non si colmano, restano dove sono, come sagome ritagliate tra le pagine di una storia. Non si colmano che con un ritorno. Reciproco.

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Chiacchierando a svista tra discorsi seri e nonserietà di ogni genere, capita di fare domande un po’ impertinenti, e questa volta la domanda e una favoletta poco confortante ritrovata curiosando nell’etere sono diventate una storia in gran parte di fantasia, ma anche un modo per raccontarsi di sé e per raccontarsi gli altri. E ringrazio chi, magari confidando in me, mi ha distrattamente suggerito o forse esortata di proposito a inventarmi qualcosa in merito. E anche per avermi suggerito, trovandovi una qualche affinità di atmosfere, una canzone. Spirit in the Night.
http://www.youtube.com/watch?v=XyB-L4Jb0m4
….Con i miei auguri di Buon Anno, che possiate volervi bene e saper volere bene.

Come foglie bagnate in una stanza rossa d’autunno

martedì, 23 novembre 2010 by Silvia

….Quasi un racconto. Una storia distante almeno alcuni anni.

Torna con aria assorta a una domanda della notte passata. “Hai qualcuno con cui vorresti fare sesso, ma che non ti desidera?”. La sua risposta sicura era stata un No divertito e leggero quanto un Sì di qualche tempo prima. Storie distanti, apparentemente disgiunte, accomunate da una sensazione, come un dejà-vu. “So cosa posso ottenere, quale uomo rifiuterebbe una donna che lo desidera!?”….
Torna su quella risposta vanesia, affrettata. Di fatto ci sono tanti uomini che non ha ancora incrociato e che forse resterebbero affascinati dalla sicurezza e dai suoi racconti, dalle sue teorie sul possesso e la dedizione. Estranei, le persone che potenzialmente può ancora incrociare. E poi ci sono gli uomini che ha già conosciuto, quelli che non si ritrovano, quelli che se li sfiora con lo sguardo si scrollano di dosso la possibilità di ri-conoscerla come non ci fosse più nulla da vedere, sentire oltre i giorni passati. Lo sa, gli estranei sono persone che si possono ancora incontrare, potenzialmente. Quelli già incontrati, invece, sono estranei che non si incrociano più. Non sempre, quantomeno spesso.
Torna sulla medesima domanda, la leggerezza non le si addice, ama raccontarsi la verità, come un gesto apotropaico per scongiurare fraintendimenti.
“Mi sbagliavo. C’è chi ha già avuto quanto voleva e non penso mi vorrebbe ancora…. Sì, a pensarci bene c’è qualcuno che vorrei ma non penso che potrei avere ancora.”
Storie che si ripetono, cambiano i protagonisti, le parole recitate nel finale, ma lei non impara la parte e improvvisa, con rinnovata passione.
Quanto tempo per risollevarsi dalla solita, mai uguale sensazione che “questa volta non ce la faccio, non posso, mi manca troppo”. Il desiderio di lui che è andato via in un modo così ingiusto, senza gratitudine nè un sorriso, con la sua studiata noncuranza disegnata sulle labbra immobili. A volte un nuovo giro di giostra, frutto di lezioni non ancora imparate. Spesso, un volto nella folla di una piccola città nelle rare, rarissime volte in cui gli sguardi si incrociano, vuoti come specchi che si annullano, reciprocamente, senza nulla da voler riflettere.
Ogni tipo di rapporto prevede un doppio senso. I sensi unici alternati vanno bene solo per gestire il traffico stradale. E’ necessità di armonia, come fosse musica, ogni tipo di rapporto, qualunque sia.
La sicurezza di lei, quella con cui si alzava nuda dal letto del loro Universo nascosto in mezzo al movimento delle sere urbane, in un autunno insolito, sensuale, rosso di una stanza lontana dal tempo, tempo scandito da respiri e sguardi, note elettriche e crema di Whisky, tutto molto spleen, tutto molto retrò. Il loro stile, le sigarette, i silenzi, le français.
Personale ESpacetemps.
Camminava in equilibrio sulle foglie bagnate di un autunno che aveva la dimensione di un piccolo appartamento dove trovarsi, nascondersi e lasciare libere fantasie e suggestioni, e come cielo quell’angolo che la finestra della sala disegnava tra le stelle quando riscoprivano la città oltre le pareti, e la coinvolgevano, intenti a fumare, bere, chiacchierare. E ridere. Camminava sulle foglie bagnate, in punta dei piedi, in equilibrio sui tacchi dei suoi stivali neri.

Ora pensa alla risposta più corretta alle domanda della notte passata. E al peso dell’assenza, e spera di avere un peso almeno come assenza, dopo aver annullato il suo silenzioso esserci scrollando via le lacrime nascoste che lui non avrebbe sentito neppure se gli fossero piovute addosso. E’ acqua passata, che ha lavato via molto, tranne i ricordi e quella parte della loro storia comune, la parte scritta dai sensi e dalla condivisione. Storia che ora fa meno male, e lei può tornare a pensarci e sorriderne un po’.

L’importanza di sapersi raccontare, sfumare passioni, ritrovare dettagli, dare il giusto peso alle proprie pagine. A volte provo tenerezza, raccontandomi.

“C’era qualcosa di erotico in quel cupo cielo invernale, con quella fitta coltre di nuvole, il grigio, il vento freddo. Tutto sembrava fatto apposta per spingere a cercare la pelle dell’altro. In quel colore grigio sconfinato, veniva voglia di chiudersi a lungo in una stanza. E in quella stanza, abbandonarsi a un piacere senza limiti, come se fosse l’unico posto al mondo dove poterlo fare.”

Storie opposte e complementari

sabato, 2 ottobre 2010 by Silvia

….di motori asincroni, condivisioni casuali & causali, parole. Per un amico.

Penso a te, che mi racconti di come si sta male ancora dopo anni da un affrettato addio, e mi sento fortunata ad avere il coraggio di respirare ancora e di riuscire a guardarmi intorno, con la ritrovata leggerezza di chi non teme i ricordi o ha imparato a scrollarli via, magari abbassando gli occhi per nascondere la disinvoltura ancora distante, quando giungono inaspettati, con un profumo, un dejà-vu incompleto. Sai quanto conosco il peso di certe parole, la breve durata di un Sempre, l’incomprensibile persistenza di un Mai. Usiamo parole grandi più di noi, lo ritrovo in un libro di Leo Spitzer – non è il mio genere, lo sai, ma in fin dei conti suggerisce punti di vista e suggestioni soffermandosi nelle nostre parole -.
C’è che in questo senso siamo piccoli e usiamo parole molto più grandi di quanto sappiamo – possiamo – immaginare, non abbiamo coscienza dell’infinito, eppure elargiamo con semplicità promesse e imperativi.
Capisco cosa si prova quando non puoi che ritrovarti negli spazi confinati di un ricordo, legati a una manciata di note, a un aroma di legna e calore che arriva con l’arrivo dell’autunno, e i tanti luoghi del quotidiano diventano un piccolo tracciato di linee e punti che ti raccontano puntuali la stessa storia.
Non ci sono consigli, esperienze da tirare a lucido come fossero un regalo, ha più significato una “pacca” sulla spalla, silenziosa come la condivisione casuale – ma pure causale :-) – delle ore notturne passate a vagare in qualche casa, che sia pure il bar, con l’espressione arruffata dal vino, dalla stanchezza e da ogni speranza che si spegne come l’ultima sigaretta prima di andare via, senza tante parole.
Se c’è un dopo a tutta questa nostalgia – che poi qui di ritorni, epici “nostoi”, non se ne vedono, e se capitano sembriamo motori asincroni – è l’ineguagliabile sensazione di riuscire a stare ancora in piedi, quel senso di fierezza che fa quasi sorridere senza preavviso, neanche fossimo soldati alla fine di una battaglia, la tranquillità con cui accogli la possibilità di sentirti felice senza trattenere più nulla di quanto è stato. Se la vita fa il suo giro – e magari lo fa, ne sono quasi certa -, lo fa quando non stai più a guardare dal tuo rifugio sulla riva del fiume, ma quando la vita di chi ti è passato nell’anima, e sopra, diventa un sentito dire, semplici ricordi di un vicolo cieco, che scivolano via come un pensiero lontano.

P.S.: Come di consueto (-: ….Alle parole in versi preferisco le poesie in prosa, ma ci sono eccezioni, come una poesia di Eluard, trovata per caso circa un anno fa, “E un sorriso”….La notte non è mai completa C’è sempre perché lo dico Perché l’affermo io In fondo al dolore una finestra aperta Una finestra illuminata C’è sempre un sogno che veglia Desiderio da appagare fame da soddisfare Un cuore generoso Una mano stesa una mano aperta Degli occhi attenti Una vita la vita da dividersi.

Nessuno è perfetto per chiunque

venerdì, 21 maggio 2010 by Silvia

….ma forse per qualcuno, sì.

“La verità è che non gli piaci abbastanza”. Se già il titolo non fosse stato abbastanza illuminante e appropriato per certi momenti della mia vita, il film, visto qualche tempo fa, mi ha fatto riflettere, e sorridere.

Al culmine di una serie – in successione – di storie fallimentari, di quelle che col tempo diventano materiale – sopravvalutato – per scuole di saggezza e spassionata ironia, mi trovo a ripensare al prologo del film e ad apprezzare la ragione che viene proposta per il dilemma dell’incomunicabilità tra uomo e donna. La guerra dei sessi inizia ai tempi dell’asilo. E scopro di aver intrapreso la strada della dietrologia femminile grazie al parere delle donne adulte della mia vita. Perchè, come succede alla piccola protagonista dell’intro, anche a me da bambina, e ancora oggi, è capitato di sentire giustificare esperienze spiacevoli e consolare nei fallimenti sentimentali con frasi come: “Ti ha trattato male perchè è pazzo di te” o “Non è che non ti ama, è che sei troppo meravigliosa e lui non si sente all’altezza”, o ancora “Il tuo amore è così grande che lui ha paura”. Momento di silenzio attonito e inaspettata presa di coscienza…. Ma paura di che!?!? Ancora oggi, nell’epilogo di una storia scrivo su suggerimento parole simili. Ma questa volta le depenno prontamente per scriverci La verità è che non gli piaccio abbastanza.
Perchè una volta potevo giustificare le favole che sentivo raccontare alla luce dell’affettuoso intento di volermi tirare su, incoraggiare, aiutarmi a non perdere fiducia in me stessa, ma ora che ho trent’anni non so apprezzare la bonaria illogicità di una spiegazione tanto machiavellica. Non sono il tipo da mitizzare film e personaggi, ma questa volta mi ritrovo meglio in una possibile spiegazione che mi viene dal cinema. E comunque, mi trovo bene nella verità. La verità è semplice, evidente, fastidiosamente banale. Fastidiosa per chi deve digerirla, ma sicuramente migliore dell’inventarsi scuse senza imparare niente dall’esperienza propria e altrui. La verità, quando mi confronto con un uomo, in genere ha ben poco dei labirintici percorsi del ragionamento femminile. Niente strade tortuose, niente numeri da unire, solo un segmento diritto che va da A a B. Per il mio vissuto, senza voler assolutizzare nemmeno a livello strettamente personale, mi trovo a dire che con gli uomini, almeno in amore, trovare la spiegazione può essere più semplice di come talvolta complichiamo le cose.

So che le favole fanno meno male, appaiono preferibili alla realtà perchè la realtà, in genere, ammette meno sfumature, ma per quanto sia giusto sperare, illudersi prendendo spunto da argomentazioni quasi fantastiche è altra cosa, meno sensata, credo.
Come trovo insensata, ora, la dietrologia sentimentale femminile. Simili lezioni, le cosiddette esperienze, a cui ho preso parte senza aver letto le possibili controindicazioni – dovevano essere scritte in piccolo, come al solito – rendono un po’ più saggi e meno “naif”. E se qualche tempo fa pensavo che la saggezza avesse a che fare con l’invecchiare dentro e diventare distaccati, prevenuti, penso che, nonostante tutto, voglio continuare a fare le mie scelte, per come sono, nonostante i possibili rischi del caso. Anche se a volte, a essere se stessi, si può rischiare di non piacere abbastanza. La mia saggezza è così. Prima facevo le mie scelte convinta che potesse andare bene e poco persuasa dall’idea dell’errore, ora posso provare a immaginare pro e contro eppure scelgo di seguire le mie sensazioni. E la saggezza, al di là delle connotazioni negative che le davo, per me è questa: altro che prudenza, a volte significa essere più sconsiderati, come quando si compie una scelta pur avendo coscienza di poter intascare una sconfitta. Perché non c’è nulla che sia scritto, e magari va bene. Si spera.
E se non piaccio abbastanza, morale del discorso e del film, inutile inventarsi soluzioni sulla base di teorie non confortate dall’esperienza. Tanto vale affrontare la realtà, provare delle emozioni su quel che è invece di cullarsi su un’illusione, e continuare per la propria strada, vivere le proprie scelte. Magari si rischia di stupirsi, in senso buono.

Una battuta di un film suonava più o meno “Nessuno è perfetto, ma magari si è perfetti per qualcuno”. Semplice e sottovalutato, come la verità, e altrettanto importante.